E’ più difficile scrivere dei film che mi sono piaciuti che di quelli che non mi sono piaciuti; non so se è una regola generale, valida per tutti, o è solo un blocco dello scrittore (anzi del digitatore) particolarmente selettivo.
Per me è così.
Forse perchè i film che non mi sono piaciuti rimangono ad una certa distanza da me; una distanza tale che posso ancora cogliere i difetti di ciò che ho visto, posso ancora descriverli, posso ancora sbertucciarli come si fa vigliaccamente con cane legato ad una catena. Più solida e ben fissata è la catena più sono insolente.
I film che mi piacciono si avvicinano troppo, non riesco più a cogliere l’insieme, sono stordito dal dettaglio, magari da un solo dettaglio ma sufficiente a sbilanciare lo sguardo, traballare il cervello, annodare le dita mentre provi a scriverne, la lingua mentre provi a descriverli.
Più mi piacciono più si avvicinano.
Più mi piacciono più è difficile scriverne.
Più mi piacciono più desidererei ricorrere alle stelline dei dizionari: una stella per ogni unità di misura della distanza.
Esiste un’altra categoria di film, quelli che non hanno una distanza, zero stelle, aderiscono perfettamente: lo sento ma non sono in grado di vederlo, nemmeno un dettaglio. Parlare di questi è impossibile, sarebbe come scrivere di sè stessi, in un modo così pericolosamente vicino all’anima.
Ecco perchè, caro webgol, almeno secondo me, scrivere di cinema è un po’ un atto di coraggio, si corre il rischio di rivelarsi troppo e di fornire, anche per esclusione e deduzione, la distanza che esiste tra te e tutte le cose della vita. Perchè, come dici, il cinema è arte che ha il suo posto in mezzo alle cose e, soprattutto, alle persone.
Il problema è nella distanza.
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