Ho appena terminato di leggere “Il mio film preferito “, di Rick Lyman, edito per Elleu (357 pp. euro 18).
Il libro raccoglie ventuno interviste pubblicate a partire dal 2000 sul New York Times; ad essere intervistate sono diverse star del cinema (tanto registi quanto produttori ed attori).
Scopo delle interviste è “chiacchierare” durante la proiezione di un film scelto dall’intervistato trovando così l’occasione per approfondire il motivo della scelta e, parlando parlando riflettere anche sul cinema.
I titoli scelti dagli intervistati sono sorprendenti, solo pochi, infatti, si buttano sul prevedibile grande classico (indovinate chi vede “Shane”) molti, invece, scelgono un film minore, quasi titoli di culto personale.
E questa è una cosa che mi è piaciuta subito perché sembrava promettere bene. Alcuni esempi: Denzel Washington sceglie “Gente comune”, Ron Howard preferisce “Il laureato” Harvey Weinstein chiacchiera guardando coraggiosamente “Exodus”, Barry Sonnenfeld “Dottor Stranamore” e, per finire, Brian Gazer sceglie il magnifico “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”.
Il libro, malgrado le scelte davvero molto personali, mi ha un po’ deluso.
Trattandosi, infatti, di interviste pubblicate su un quotidiano, quasi tutte hanno un fine promozionale. Lo stesso Lymann, nella premessa, lo ammette candidamente aggiungendo anche che molte delle interviste non sarebbero state affatto concesse se non ci fosse stato qualcosa da presentare. In alcuni casi l’intervista è, addirittura, stata rifiutata perché non conviene ad una star “perdere tempo per parlare di un film altrui”.
Si ha l’impressione che il fine promozionale sporchi molto il tono di diverse interviste arrivando, secondo me, a falsarne il contenuto, soprattutto se chi pone le domande non riesce, o non vuole, frenare l’interlocutore.
E’ così pur di parlare di Pearl Harbour Michael Bay azzarda un paragone strambo con “West side story” e Steven Soderbergh, pur di buttare dentro “Traffic”, crea un discutibile collegamento con “Tutti gli uomini del Presidente”. Gli attori, bisogna dirlo, sembrano più liberi mentre i registri e i produttori sono molto più disponibili a parlare dei propri film che di quello degli altri.
Quelle volte in cui l’intervistato non sfrutta l’occasione per pubblicizzarsi, allora l’intervista acquista spessore e si arricchisce di momenti interessanti come accade in quella, in apertura di libro, a Quentin Tarantino, che all’epoca non aveva nulla da promuovere, o in quella a John Travolta il cui commosso ricordo di James Cagney colpisce per la sincera devozione.
Spunti interessanti, sebbene sparsi, comunque non mancano. Molti degli intervistati lamenta il fatto che oggi, negli Stati Uniti sia difficilissimo fare cinema perché le case di produzione dettano legge interferendo praticamente su tutto. Qualcuno sottolinea come sia cambiato il modo di fare cinema in America negli ultimi 30 anni e individua come spartiacque il film “Rocky”. Qualcun altro si sbilancia aggredendo i moderni film d’azione sostenendo, con ottimismo dico io, che oggi se ne fa uno decente ogni cinquanta e che, invece, il cinema di una volta…
Il libro ha, però, un difetto fastidiosissimo.
Ogni intervista, è preceduta da una presentazione puramente interlocutoria, probabilmente l’occhiello un po’ allargato dell’articolo originale. In questa introduzione si presenta l’intervista fornendo informazioni o raccontando fatti che verranno ripetuti, quasi ad oltranza, per un paio di pagine.
Scarsa revisione? Mancata sistemazione di articoli di giornale che prima di essere messi in un libro andavano almeno riletti? Maldestro uso del taglia e incolla per la fretta di creare un istant book?
Non ne ho idea. So solo che in alcuni punti veramente si esagera. Durante una intervista il lettore viene edotto circa tre volte che la pellicola che stanno visionando proveniva direttamente dall’archivio della casa produttrice e che per sicurezza era accompagnata da due funzionari molto preoccupati. Il vestito di Julian Moore (che ha scelto di parlare di “Rosemary Baby”) ci viene spiegato un paio di volte e così via.
In questo modo, stringi stringi, delle interviste rimane molto poco.


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