“Un film parlato” è innanzitutto in film “sottotitolato”; una scelta assolutamente obbligata in quanto il doppiaggio avrebbe senz’altro scolorito il ruolo che proprio le differenti lingue svolgono in un film che è, appunto, “parlato”.
Ogni personaggio, quindi, parla la sua lingua e, siccome la vicenda è ambientata durante una crociera, ogni personaggio è in grado di comprende perfettamente la lingua dell’altro.
Lo spettatore deve, invece, affidarsi ai sottotitoli per comprendere di cosa si parli. Questa scelta, indubbiamente coerente con un certo rigore narrativo, rende la visione del film faticosa.
Ma uno spettatore volenteroso resiste e presta attenzione ai sottotitoli, lamentandosi solo del fatto che, in qualche occasione, siano sbiaditi.
Cinque lingue, cinque culture europee, un tentativo di confronto e riflessione sul senso, inteso come “direzione” della Storia e della cultura occidentale. Il film è una leggibile metafora sull’avvicinamento tra la cultura europea e quella orientale, un lento andare incontro, in cui le tappe di una crociera sono un evidente simbolo. Un avvicinamento che, altrettanto metaforicamente, non si compie. Da un lato, quindi, il desiderio quasi “culturale” di coprire una distanza fatta di millenarie incomprensioni, dall’altra l’impossibilità quasi storica e altrettanto “culturale”, almeno nell’ottica del regista, di riuscirci.
Questa non è l’unica metafora ma solo quella che fornisce la struttura portante del film, al punto tale da apparirne quasi il motivo occasionale, per non dire l’esclusivo pretesto.
Le altre non si fa fatica a reperirle sparse, ad esempio, in un lungo dialogo durante una cena in cui un imbalsamato John Malkovich (comandante di origine polacche chiamato, mi domando se è un caso, Walesa) tiene le fila di una discussione sul senso della vita, il significato delle proprie scelte ed altri argomenti assolutamente ordinari in una crociera, notoriamente luogo di profonde meditazioni.
A parte le metafore, a parte il tono del film fastidiosamente didascalico che ci accompagna fino al “sorprendente” finale, il film spicca per un impiego di mezzi espressivi povero, minimale: riprese da fermo, nessun primo piano, nessun tentativo di tentare di corredare la vicenda di una sola immagine che desti una sia pur minima reazione. Sembra un pessimo documentario su un viaggio verso Oriente, con tanto di ripresa dello scafo della nave in movimento che fende l’acqua; immagine, questa, reiterata al punto tale da diventare un vero e proprio tormentone visivo.
Tutto il film poggia, anzi si rifugia, nelle parole, nei dialoghi e nei volti. Parole e dialoghi decisamente poco efficaci, verbosi, accompagnati da una retorica di circostanza, e di Epoca, che si sbriciola facilmente tradendo una intenzione esclusivamente didascalica.
I dialoghi, poi, sono accompagnati da una recitazione dimessa, sotto tono, in alcuni casi quasi imbarazzante, sembra che quasi gli stessi attori non credano a ciò che dicono.
Insomma sarà stato pure un film “parlato” ma per me è stato un film “incomprensibile” e bruttissimo.
Siccome, come al solito, il mondo è bello perchè è vario vi segnalo le contrarie opinioni di Carter, di Dillinger, degli Spietati.
A voi, se volete, tocca dire la vostra.




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