Parlare male di un film di Spielberg è un po’ cosa da “core ingrato” perchè tutti i cinefili, anche quelli incolti ed insonni come me, devono qualche emozione a molti suoi film.
Alcune cose sono rimaste impresse a più di una generazione di spettatori, scegliere quale è, come consueto, una semplice questione di gusti perché lui, il regista, il cinema lo sa fare, a prescindere dai generi. Quindi, si può preferire, magari, “Duel” per l’idea, la trilogia di Indiana Jones per il personaggio o “AI”, uno dei miei preferiti, perché si è ben disposti alle favole se raccontate bene.
Malgrado la buona predisposizione appena accennata io sono rimasto molto perplesso da questa favola moderna, questa ardita commedia e moderna “umana” che è “The terminal”.
L’impressione che ne trassi quando lo vidi al cinema è che fosse un film poco più che discreto impacchettato, distribuito e pubblicizzato come un capolavoro.
Tolto il biglietto di auguri, strappato il fiocco rosso dopo aver scavato tra la gli imballaggi antiurto rimane, infatti, solo il fantoccio di Tom Hanks.
Su di lui, maestoso come sempre, grava interamente un film in cui è costretto, poverino, a fare ridere con gag di repertorio in alcuni casi anche un po’ stantio. L’evocazione del fantasma di Frank Capra, letta un po’ in giro all’epoca, mi è sembrata per quello che conosco di Frank Capra, particolarmente pretestuosa, sul punto rinvio, però, alla annotazione, iniqua ma, senz’altro franca, che all’epoca rese Marquant.
Il resto del film non c’è, o meglio quello che c’è non va oltre lo spessore di una commedia “carina” appesantita da una durata ad un passo dalla soglia “orchite” (quando ce vo’ ce vo’) in cui la storia, i dialoghi e le idee scivolano affondando, molto lentamente, nella melassa snodandosi su un percorso fatto di mille luoghi comuni dalla efficacia emotiva sperimentata.
Il ritmo in più di una occasione perde colpi, forse per concederci il tempo di lasciar sedimentare i tanti temi messi a decantare.
L’intento satirico, giusto per citare uno solo degli ingredienti riferiti sulla confezione del film, è quasi “di regime”, per come è garbato, induce più al sorriso compassionevole che al ghigno, magari amaro.
Il tono da favola dal candore quasi disneyano avvolge “The terminal” trasformandolo in un apologo, forse rassicurante, ma che non mi ha convinto e non solo perché racconta che i cattivi, quasi a ridosso dei titoli di coda, anno un buon cuore anche negli aeroporti.
PS. Nota un tantino cinica: meno male che, quasi alla fine, la fontana non funzioni, perché altrimenti, tornato a casa, mi sarei dovuto sottoporre alla visione forzata di”Le Iene”.



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