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Tag Archives: Recensioni - al cinema

Across the universe

23-Jan-08

Julie Taymor, del Massachusetts, aveva già dimostrato con il precedente “Titus” di sapere come appropriarsi di materiali altrui e riproporli in chiave personale. “Titus“, infatti, era una lettura shakesperiana in cui, al dominio e al rispetto assoluto del testo, si contrapponeva una messa in scena confusa in un ibrido tra antico e moderno.
In quell’ibrido, in quelle scelte, c’era tutto il gioco autoriale che può essere considerato tanto una provocazione intelligente quanto l’effetto della stupida arroganza di chi, in fondo, deve tacere, avendo ceduto al bardo di Stratford il diritto di parlare.

Io sono tra quelli della prima categoria.

Across the Universe” segue la stessa linea.
Taymor si appropria delle canzoni dei Beatles, un assoluto ormai collettivamente condiviso quanto Shakespeare, le fa riarrangiare da T- Bone Burnett di St. Louis (circostanza che tutti in giro hanno ignorato di riferire e che non è affatto trascurabile) e le versa in una storia, un racconto del tempo e dello “spirito dei beatles” secondo lei.
In fondo Julie Taymor fa ciò che farebbe qualsiasi altro ascoltatore, colloca la musica nella propria storia di una vita e l’associa a visioni personali.

Across the universe” gioca con pezzi semplici creando una alchimia artigianale di percorsi non lineari ed esiti, almeno per quanto mi riguarda, emotivamente raffinati.
E’ un film, infatti, che sfiora il capolavoro.

Talento visionario, personale elaborazione visiva dei Beatles, arrangiamenti meravigliosi (”I wanna hold your hand”, tra le tante, è bellissima), coreografie perfette ed esecuzioni (anche questo, mannaggia, nessuno lo sottolinea) in presa diretta.
Forse si potrà contestare la storia fatta tutta di amore e pace, una storia in cui la morte è raccontata a distanza, la guerra è brutta, l’amore è più bello e la rivoluzione è meglio “count me out”.
Una storia, insomma, che è come una scatola di “Savoy Truffle”.

Andrebbe anche detto, però, che i Beatles non si sono mai prestati a giochi intellettuali e a letture politiche neanche quando cantavano, appunto, “Revolution”.
Perchè accusare di disincanto chi dirige un film con le loro musiche?
La leggerezza è sempre stata arte loro e lo era, come dire, “Here, there and everywhere”.
Un tributo anche personale ai Beatles deve avere la stessa leggerezza altrimenti è una mistificazione. Un film tributo a Dylan, per capirci, può e deve, invece, essere complesso perchè è l’oggetto ad essere denso.

“Across the Universe” è guarnito da citazioni che lo rendono un divertente gioco a nascondino che stuzzica lo spettatore beatlesiano anche se il gioco più bello è quello, quasi esoterico, di ricercata complicità beatlesiana che va molto al di là dei nomi dei personaggi (Max, Julie, Prudence Dr. Roberts, Jude… il tricheco sembra essere Bono) dei luoghi, delle cose.

Anche oltre i magnifici titoli di coda.
All we need is love.

Io sono leggenda

10-Jan-08

Terzo adattamento cinematografico del romanzo di Richard Matheson. Per questioni generazionali, e lo scrivo subito, io sono affezionato al film degli anni ‘70 “The Omega man“, quello con Charlton Heston che, nella versione italiana si intitola “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra”; un film che è, nel tempo, assunto a rango di classico. Tanto classico che il moderno adattamento, tra l’altro, lo cita espressamente nella sequenza iniziale del film (la macchina che guida Will Smith è rossa come quella d Heston).

Forse proprio per il confronto con un classico, questo “Io sono leggenda” mi è sembrato un adattamento particolarmente incolore.

Di buono c’è la pronunciata metafora, forse a buon mercato, del post 11 settembre, mischiata con un’altrettanto a buon mercato riflessione sulla scienza, il dovere del sacrificio e tutto il resto. C’e’ anche un discreto Will Smith che si muove in una scenografia spettrale.
Di cattivo, e insopportabile, c’è la computer grafica (i vampiri del film del 1971 erano molto più cool, come lo erano i simil- zombi del film con Price), la ricerca dell’effetto “adesso ti faccio saltare sulla poltrona con tutti i pop corn” e il finale terribilmente semplificato.
Il romanzo, visti i precedenti adattamenti cinematografici, permetteva molte più sfumature.
Io fossi in voi lo recupererei in DVD e, per questa settimana mi dedicherei ad altro.

Mi piace segnalare, infine questo bel post di malpertuis perchè si sofferma molto sul libro.

Il diario di una tata

28-Dec-07

Il diario di una tata” è un film pre natalizio, una commedia formato famiglia che tra cerchi e botti deve accontentare tutti: grandi e piccini, maschietti e femminucce, botteghino e maschera.
Forse, il film ci riesce.

L’idea di associare alla vicenda della tata per caso un esercizio di critica sociale, con la Johansson nei panni di una “morbida” antropologa, sembra buona e regge il film in modo uniforme. Il gioco, introdotto sin dall’inizio, forse è alla lunga un po’ scontato e prevedibile, ma non è condotto male.

E’ anche vero che la stessa mano che graffia ha, alla fine, le unghie sporche di melassa. Magari la frusta è un azzeccoso bastoncino caramellato. Ma sotto Natale, e con dei bambini in giro e in sala, non è che si possa chiedere Bunuel.
Basta accontentarsi e sorridere anche a comando.

Per finire: un film su una tata che reca omaggi sì delicati a Mary Poppins non può essere proprio cattivo cattivo.

Leoni per agnelli

27-Dec-07

Redford smette di sussurrare ai cavalli e passa ad altri animali.
Per “Leoni per agnelli” schiera un cast all stars e gli assegna il compito di leggere le didascalie de “L’America, e il mondo, secondo me”. Cioè secondo lui, Redford, appunto.

Il film non è male, l’ incastro dei tasselli è ben articolato, c’ è ritmo, cosa rara in un film fatto di parole e ragionamenti e chi ha scritto i dialoghi ha saggiamente lasciato spazio a tutte le voci che meriterebbero essere ascoltate. La Streep è fenomenale, Cruise convince e piace anche Berg.

Leoni per agnelli” rimane, però, nell’insieme un film didascalico, alimentato da un tono, e da una retorica, da “comizio salottiero” . Uno di quei comizi, per intenderci, da liberal disincantato e assopito la cui rabbia è stata metabolizzata dal sistema.
Più che un grintoso leone, giocando con il titolo, Redford sembra un agnello pessimista che bela con insistenza.
Forse è così che veramente si sente?

The Kingdom

10-Dec-07

The Kingdom Sono stato trascinato al cinema a vedere “The Kingdom” dalla mia allegra combriccola del sabato sera; io volevo andare a vedere “Irina Palm” e ho caldeggiato la scelta dicendo: “E’ un film con la Faithfull”.
Alla ruvida risposta collettiva: “E chi ‘zzo è la Faithfull”, ho capitolato un po’ rancoroso, reclinando il capo, pensando con malinconia alla mia copia in vinile di “Broken English” e alla sua cover di “Working class hero”.
Ci andrò, da solo, in settimana e con i bifolchi non esco più. Date le premesse ero pronto a stroncare per principio “The Kingdom” come una americanata, una delle peggiori, un esercizio di retorica mascellare, muscolosa e a stelle e strisce…

E invece no.
“The Kingdom” è un film riuscito e anche di una certa complessità.
In parte è, infatti, un teso forensic a sfondo bellico con tanto di guanti bianchi in lattice alla CSI, quelli senza i quali ormai in un film americano con omicidi non si tocca nulla.
E siccome non si dice “CSI” senza autopsia, in “The Kingdom” abbiamo anche quella.

Il resto è azione, a tratti adrenalinica, con un paio di sequenze da applauso (applauso, ho detto, non boato da “The Bourne Ultimatum”); azione che tumultua in contesto di analisi anche politica schematica ma equanime e dal retro gusto decisamente amaro.
Semplice perchè siamo tutti vendicatori e in quanto tali colpevoli anche se alcuni vendicatori sono meno colpevoli degli altri.
Notevole la sintesi del prologo che, durante i magnifici titoli di testa, ci informa di quali equilibri e quali poteri si agitano in Medio Oriente.
Ho trovato curioso che il montaggio alternato della sequenza degli attentati rievochi quello utilizzato da Moore in “Fahrenheit 9/11″ con pressappoco gli stessi accostamenti.
Forse è un caso.

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