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Tag Archives: Libri di cinema

I tre investigatori. Subito!

14-Sep-05

Repubblica riferisce che sarebbe in preparazione un film su Nancy Drew: la famosa investigatrice protagonista di una serie di libri pubblicati negli anni ’70 in Italia dalla Mondadori, nella storica collana de “I gialli dei ragazzi”.
Il ruolo della piccola investigatrice sarà affidato alla nipote di Julia Roberts.

Questo blogger chiede e pretende, sbattendo anche i pugni sul tavolo (ahi!) che, a questo punto, si attivino immediatamente tutti gli invincibili strumenti di pressione mediatica affinché entro, e non oltre, il 2006 si proceda alla produzione di almeno due film che abbiano come protagonisti “ I tre investigatori”. Quelli presentati da Alfred Hitchcok che appare anche in molti episodi della serie. Film di cui, tra l’altro, si parla da anni.

Titoli suggestivi come “La mummia sussurante” o “L’orologio che urla” oppure “Il gatto sciancato” e “Gli indovinelli del morto” non possono essere lasciati lì, inutilizzati mentre Hollywood sforna solo unutili remake.
A vantaggio dei più giovani, “I gialli dei ragazzi” era una collana che avvicinò alla letteratura di “genere” più di una generazione (mi si perdoni l’alliterazione) e, a giudicare dai prezzi su E-bay, hanno ancora un nutrito gruppo di appassionati.
Quelli de “ I tre investigatori” era la mia serie preferita. Non ho mai sopportato Nancy Drew e tolleravo appena gli Hardy Boys.
Gialli semplici, enigmi e misteri non proprio irresistibili, gialli per ragazzi appunto, ma di grossa suggestione, non solo per i titoli.
Li sto rileggendo (sì, ho la collezione quasi completa) e li trovo ancora piacevoli. L’età, e l’averli già etti in passato, stempera solo un po’ il fascino della rilettura ma gli ingranaggi minimi del giallo seriale funzionano ancora bene.
Sono degli ottimi punti di partenza per dei film, davvero non capisco perché si debba dare la precedenza a Nancy Drew.
E poi, dove la mettiamo la soddisfazione di vedere al cinema la “Bottega del ricupero” di Titus Jones o le invenzioni di suo nipote Jupiter?

Per quelli che vogliono approfondire ecco la pagina del Wiki e l’unico sito italiano dedicato alla collana con un bellissimo ricordo.

Bela Lugosi - Biografia di una metamorfosi.

28-Jul-05

Ho appena terminato di leggere una biografia che, per tanti motivi, si può definire atipica.
E’, tanto per dirne uno, una biografia breve, appena 156 pagine in formato tascabile, questo malgrado il sottotitolo “Biografia di una metamorfosi” evochi qualcosa di molto ponderoso.
L’autore è italiano, si chiama Edgardo Franzosini e sembra essere sparito dalla circolazione dal 1998.
Bela Lugosi - Biografia di una metamorfosi” racconta la vita di un grande attore del cinema, famoso nell’epoca a cavallo tra il muto e il sonoro. E’ la biografia dell’attore interpretando il quale Martin Landau vinse l’Oscar. E’ la biografia dell’uomo che morì gridando al mondo la sua immortalità, perché lui era Dracula, il re dei vampiri.

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Terry Gilliam - Fabrizio Liberti.

04-Jul-05


Sono circa sette anni che di Gilliam non si vede un fotogramma in sala, “Lost in la Mancha” a parte.
Se aggiungete che “Paura e delirio a Las Vegas” non mi piacque poi così tanto, allora è circa dal 1988 che, almeno io, non vedo qualcosa di nuovo e di bello di Gilliam.
Qualcosa di veramente Gilliamesque.
Spero, quindi tanto in “Brothers Grimm”.
Per placare l’attesa vi consiglio di leggere, l’ottimo libro di Fabrizio Liberti, edito per Il Castoro. L’impostazione del libro è fedele alla rinomata e rassicurante linea editoriale della casa editrice milanese.
Nulla di particolare se non fosse per il linguaggio chiaro, pulito senza intellettualismi ricercati.
Nulla di particolare se non fosse per le analisi pacate in cui ogni spunto soggettivo è reso evidente e staccato dal contesto analitico.
E’ un libro con cui può fare piacere dividere l’attesa.
Magari con una occhiata al trailer, via Kinemazone, e una ai poster via Cinema Blend

Geografia del cinema. Bruno Fornara

17-Mar-05


Devo questo libro, che oserei definire “rivelatorio” ad un saggio blogger che, un paio di mesi fa me lo consigliò molto caldamente (e poi ci chiediamo ancora a cosa servono i blogger).
Geografia del cinema. Viaggi nella messinscena” è un libro ricco di talmente tanti spunti al punto che non è possibile non rileggerne alcuni passi prendendo appunti.
La bellezza del libro non è solo nello stile semplice e chiaro ma anche nel metodo seguito dall’autore per introdurre in lettore al viaggio attraverso quelli che definisce i “ Quattro continenti della messa in scena” .
La bravura di Fornara è, in altri termini, nell’essere riuscito a sciogliere le difficoltà abbandonando i “paroloni” muovendo dalla cosa più semplice ed evidente: “quello che vede lo spettatore”. Anzi, per essere proprio sicuro di partire esattamente da “quello che vede lo spettatore” è esplicito sin dall’inizio: “Questo libro amerebbe essere letto con sottomano le cassette dei film di cui si parla”.
Grazie ad un incedere quasi affabulatorio il lettore, pagina dopo pagina, esempio dopo esempio, cassetta dopo cassetta, copre “I quattro continenti della messa in scena“. L’analisi parte dalla scena iniziale di un classico western del 1959 (e che classico) e termina con “Pulp Fiction”, passando per il Carpenter del primo “Halloween”, Fassbinder e Lynch, Welles…


E così il viaggio parte dalla “fissità” dei film dell’epoca del muto e arriva al cinema del piano sequenza di Tarantino; dal cinema del montaggio trasparente, dalle regole rigide ma capaci di riempire di significato ogni sequenza, a quelle del montaggio esibito quasi sfrontato o a quello anarchico di Godard.
Tutto è spiegato ed analizzato con chiarezza a dir poco esemplare cosa che ho personalmente riscontrato solo in pochissimi libri di cinema che magari prediligevano un taglio meno divulgativo spesso anche a danno della comprensibilità.

Il mio film preferito - Rick Lyman

21-Oct-04

Ho appena terminato di leggere “Il mio film preferito “, di Rick Lyman, edito per Elleu (357 pp. euro 18).
Il libro raccoglie ventuno interviste pubblicate a partire dal 2000 sul New York Times; ad essere intervistate sono diverse star del cinema (tanto registi quanto produttori ed attori).
Scopo delle interviste è “chiacchierare” durante la proiezione di un film scelto dall’intervistato trovando così l’occasione per approfondire il motivo della scelta e, parlando parlando riflettere anche sul cinema.
I titoli scelti dagli intervistati sono sorprendenti, solo pochi, infatti, si buttano sul prevedibile grande classico (indovinate chi vede “Shane”) molti, invece, scelgono un film minore, quasi titoli di culto personale.
E questa è una cosa che mi è piaciuta subito perché sembrava promettere bene. Alcuni esempi: Denzel Washington sceglie “Gente comune”, Ron Howard preferisce “Il laureato” Harvey Weinstein chiacchiera guardando coraggiosamente “Exodus”, Barry Sonnenfeld “Dottor Stranamore” e, per finire, Brian Gazer sceglie il magnifico “Mezzogiorno e mezzo di fuoco”.

Il libro, malgrado le scelte davvero molto personali, mi ha un po’ deluso.
Trattandosi, infatti, di interviste pubblicate su un quotidiano, quasi tutte hanno un fine promozionale. Lo stesso Lymann, nella premessa, lo ammette candidamente aggiungendo anche che molte delle interviste non sarebbero state affatto concesse se non ci fosse stato qualcosa da presentare. In alcuni casi l’intervista è, addirittura, stata rifiutata perché non conviene ad una star “perdere tempo per parlare di un film altrui”.
Si ha l’impressione che il fine promozionale sporchi molto il tono di diverse interviste arrivando, secondo me, a falsarne il contenuto, soprattutto se chi pone le domande non riesce, o non vuole, frenare l’interlocutore.

E’ così pur di parlare di Pearl Harbour Michael Bay azzarda un paragone strambo con “West side story” e Steven Soderbergh, pur di buttare dentro “Traffic”, crea un discutibile collegamento con “Tutti gli uomini del Presidente”. Gli attori, bisogna dirlo, sembrano più liberi mentre i registri e i produttori sono molto più disponibili a parlare dei propri film che di quello degli altri.

Quelle volte in cui l’intervistato non sfrutta l’occasione per pubblicizzarsi, allora l’intervista acquista spessore e si arricchisce di momenti interessanti come accade in quella, in apertura di libro, a Quentin Tarantino, che all’epoca non aveva nulla da promuovere, o in quella a John Travolta il cui commosso ricordo di James Cagney colpisce per la sincera devozione.

Spunti interessanti, sebbene sparsi, comunque non mancano. Molti degli intervistati lamenta il fatto che oggi, negli Stati Uniti sia difficilissimo fare cinema perché le case di produzione dettano legge interferendo praticamente su tutto. Qualcuno sottolinea come sia cambiato il modo di fare cinema in America negli ultimi 30 anni e individua come spartiacque il film “Rocky”. Qualcun altro si sbilancia aggredendo i moderni film d’azione sostenendo, con ottimismo dico io, che oggi se ne fa uno decente ogni cinquanta e che, invece, il cinema di una volta…
Il libro ha, però, un difetto fastidiosissimo.
Ogni intervista, è preceduta da una presentazione puramente interlocutoria, probabilmente l’occhiello un po’ allargato dell’articolo originale. In questa introduzione si presenta l’intervista fornendo informazioni o raccontando fatti che verranno ripetuti, quasi ad oltranza, per un paio di pagine.
Scarsa revisione? Mancata sistemazione di articoli di giornale che prima di essere messi in un libro andavano almeno riletti? Maldestro uso del taglia e incolla per la fretta di creare un istant book?
Non ne ho idea. So solo che in alcuni punti veramente si esagera. Durante una intervista il lettore viene edotto circa tre volte che la pellicola che stanno visionando proveniva direttamente dall’archivio della casa produttrice e che per sicurezza era accompagnata da due funzionari molto preoccupati. Il vestito di Julian Moore (che ha scelto di parlare di “Rosemary Baby”) ci viene spiegato un paio di volte e così via.

In questo modo, stringi stringi, delle interviste rimane molto poco.

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