Non comprendo perché per “Se mi lasci ti cancello” si urli così tanto al capolavoro. A dirla tutta, ma proprio tutta, a me questo film è sì piaciuto, ma con molta moderazione.
Non riesco ad urlare al capolavoro di fronte ad una semplice commediola intrigante, ben scritta e discretamente girata, nobilitata da uno straordinario Jim Carrey.
Certo, dopo aver visto questo film mi sono chiesto, come tutti, cosa altro debba fare Carrey per vincere un Oscar, però io mi domando anche cosa ci sia di “capolavoro” in un film costruito su una storia di un certo fascino ma che, oltre alle peripezie e le invenzioni visive (per carità molto consuete) utilizzate per raccontarla, non c’è poi tanto altro.
Quel poco che c’è, poi, puzza di un certo intellettualismo ricercato e fuori dagli schemi quel tanto che basta per poterci, all’occorrenza, facilmente rientrare.
Se avete visto “Essere John Malkovich” vi renderete conto, come dice si dice anche qui, che questo film altro non è che una variazione sullo stesso tema, forse meno “cervellotica” (non esiste migliore aggettivo, data la situazione) ma più ripetuta e ingentilita dal tema romantico (ah l’amor che resiste anche al più risoluto “cancella astersisco punto asterisco”), resa colta dalla citazione di Pope da cui il titolo è tratto.
Ma a che serve, mi chiedo ancora, citare Pope, tra l’altro in modo molto posticcio, se non per creare un titolo di discreto appeal culturale?
E la moltitudine di dichiarati lettori di Pope, tutti indignati per la davvero geniale traduzione del titolo, sono gli stessi che conservano l’opera omnia di Walt Whitman acquistata giusto un attimo prima che uscisse l’”Attimo fuggente”?
La cultura come orpello. Gran brutta cosa: il marketing rovina i titoli e, molto più spesso, gli spettatori.



Post a Comment