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The Village di M. Night Shyamalan – Recensione

A me “The village” è piaciuto. E anche molto.
Lo scrivo subito, in apertura di post, per prendere immediatamente posizione su un film che sembra fatto apposta per dividere e riscuotere consensi e dissensi in parti eguali.
Molto probabilmente mi è piaciuto perché non mi aspettavo un horror; immaginavo, infatti che dell’horror, sarebbero state sfruttate tutte le icone superficiali per introdurre altri temi. Shyamalan mi ha, infatti, abituato a questi strani crossover, a questi racconti che deviano molto lentamente da quello che è il corso naturale atteso. Lo fa anche con le immagini, che tendono sempre a suggerire, se non addirittura ad “intrappolare” chi magari desidera un horror, o un film di fantascienza, per poi portarlo verso altri lidi.
Questo modo molto personale di fare cinema, poco accondiscendente nei confronti dei generi, mi piace.

La mancanza di emoglobina, la tensione particolarmente diluita che accompagna “The village” era, quindi, esattamente quello che desideravo. Ho seguito il film considerando il mistero che circonda il villaggio come un elemento puramente scenografico, un inquietante paesaggio in cui si muovono altre vicende che alla fine si rivelano ancora più inquietanti. Sapevo che per apprezzare il film dovevo guardare altrove ed ero sicuro che l’arcano sarebbe stato spiegato solo ad un cieco.
Shyamalan, tra l’altro, non mente più del “cinematografico” dovuto: la soluzione del mistero è chiara quasi dall’inizio per chi sa, o vuole, appunto guardare.

La mia attenzione era, invece, rivolta ai personaggi che vivevano dentro il villaggio, ai riti e alle parole (questo è un film particolarmente “verboso” per essere un horror) e soprattutto, ai rapporti di potere.
Proprio nel tessere una metafora, inquietante quanto “gli innominabili,” che circondano il villaggio che Shyamalan, colpisce nel segno riflettendo più che sul post 9/11, sul potere e sul controllo che esercita sulle scelte degli individui.
Una metafora, tra l’altro, imbevuta di un pessimismo non inconsueto di questi tempi, sulla quale sarebbe necessario riflettere più della reale natura degli “innominabili”.
Cosa che pochi, almeno tra quelli che ho letto, hanno fatto.
Metafore ed allegorie a parte, il film offre anche l’occasione per scoprire come in casa Howard – Cunnigham il cinema sia ormai di casa, merito del padre, o meno, questa Bryce Dallas è proprio brava.

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