Stephen Frears da Leicester, suddito discolo di HM The Queen, confeziona un coraggioso biopic contemporaneo mantendendo una saggia distanza da una deriva di “cospirazioni spiegate al popolo” e da un glamour lacrimoso da televisione di inizio millennio. Scelta coraggiosa in tempi in cui, come dice la Regina nel film, non sembra si desideri altro.
Scelta altrettanto coraggiosa se si considera che la scomparsa di Lady D è stato un evento che ha coinvolto emotivamente un po’ tutti e che si prestava ad un facile esercizio di dietrologia.
Ma il laburista di Leicester conserva una misura molto british nel raccontare, anzi ricostruire, riuscendo anche ad intersecare la ricostruzione, e quindi la finzione cinematografica, con i materiali di repertorio, e quindi la realtà, introducendo giochi di sguardi tra passato e presente, tra documento e ricostruzione, quasi a voler evocare, con piccoli gesti, conversazioni malamente troncate, parole mai dette.
Frears è altrettanto bravo nel ricostruire, senza indagare, osservare con attenzione, suggerire con garbata intelligenza, sul filo di dialoghi impeccabili (lo scambio di battute all’inzio sulle elezioni e sul dovere della imparzialità è una intro formidabile).
Il laburista di Leicester baratta appena un pizzico di regalità con un una buona dose di umanità al punto tale che il ritratto della Regina non sembra quello di un possibile repubblicano, ma quello di un affettuoso conservatore almeno delle tradizioni.
Perdonabili gli scatti di lirismo (la storia del cervo) ed un paio di sequenze sul filo di una sit-com senza risate in sottofondo forse perchè in presenza di una Regina, si sa, non si può ridere.
D’altronde Lei piange solo quando nessuno può vederla.
Lo sguardo di Frears, laburista di Leicester, è un po’ più impietoso con Blair, il “laburista” di Edimburgo, uno dei successori di Churchill come la regina stessa osserva; sotto sotto pare che, se potesse, gliene canterebbe quattro, di quelle cattive.
Con il permesso della Regina, si intende.
Ma da buon Biritish… non si scompone.



Adesso sulla scorta di the queen faranno “the king” sulla vita del savoia. Aperto il casting per il ruolo del principe..
Non nego che rispetto a quello che si poteva fare come film sulla storia di Lady D, (che è il motivo per cui la gente va a vedere il film, e diciamolo)la pellicola di Stephen Frears da Leicester, Il laburista di Leicester come ami definirlo, non sia moderato e obiettivo. E anche lì … insomma.
Il punto è un altro.
Perché entrare dentro la casa della Regina d’Inghilterra dopo tanto tempo? E per spiegarci poi cosa?
Una delle mille versioni su di una verità che probabilmente non sapremo mai?
Per ridicolizzare il suo consorte Filippo, Duca di Edinburgo, con le sue manie di superiorità?
Per farci capire che Carlo, il Principe del Galles, è meno peggio di quello che la gente immagine, ma anche, forse, un po’ più vigliacco di quello che la gente sa?
O per sapere che la Regina Elisabetta è stata anche un meccanico?
O perché la gente voleva che Lei e la famiglia Windsor tornassero a Buckingham Palace prima di quanto non fecero?
Certo non è scandalistico nell’accezione che si usa dare, ma lo diventa nel momento in cui la gente si reca al cinema attratta più dal ricordo del pettegolezzo, che dall’idea di vedere un bel film.
E’ questo il vojerismo cui faccio riferimento.
Riguarda noi non il film.
Ed è questo quello che dovremmo sempre ricordarci … che il vojerismo esiste perché siamo noi che vogliamo vedere, che vogliamo sapere.
Per il resto, si certo, eccellente recitazione, belle ricostruzioni, molti retroscena svelati.
Ma lo posso dire con franchezza?
Tutto questo è alla fine sottocultura.
Ovviamente a mio parere, tu puoi restare della tua idea, ma io non vado al cinema per fantasticare sulla vita dei reali, se il film non mi restituisce un concreto contributo documentarista che possa fare luce sulla verità di quella morte, ed anche di altro vista la posizione dell’Inghilterra dopo l’11 settembre.
In questo mi ha colpito l’anacronistica versione della figura del il primo ministro Tony Blair, forse anche in questo il film ha fallito la prospettiva documentarista ed indugiando troppo davanti agli specchi in cui si ammira, od all’eccentrico modo con cui lo vediamo vestirsi in casa.
Per me, ma ripeto rimane un parere personale, The Queen è un film, che, alla fine, non aggiunge molto a quanto forse, senza sapere, già sapevamo.
Tu piuttosto posta un po’ più spesso
)
Un caro saluto.
Rob.
P.S un nome per the King: Michele Placido o se no Guido Rossi.
Buonanotte.