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The Kingdom di Peter Berg – Recensione

The Kingdom Sono stato trascinato al cinema a vedere “The Kingdom” dalla mia allegra combriccola del sabato sera; io volevo andare a vedere “Irina Palm” e ho caldeggiato la scelta dicendo: “E’ un film con la Faithfull”.
Alla ruvida risposta collettiva: “E chi ‘zzo è la Faithfull”, ho capitolato un po’ rancoroso, reclinando il capo, pensando con malinconia alla mia copia in vinile di “Broken English” e alla sua cover di “Working class hero”.
Ci andrò, da solo, in settimana e con i bifolchi non esco più. Date le premesse ero pronto a stroncare per principio “The Kingdom” come una americanata, una delle peggiori, un esercizio di retorica mascellare, muscolosa e a stelle e strisce…

E invece no.
“The Kingdom” è un film riuscito e anche di una certa complessità.
In parte è, infatti, un teso forensic a sfondo bellico con tanto di guanti bianchi in lattice alla CSI, quelli senza i quali ormai in un film americano con omicidi non si tocca nulla.
E siccome non si dice “CSI” senza autopsia, in “The Kingdom” abbiamo anche quella.

Il resto è azione, a tratti adrenalinica, con un paio di sequenze da applauso (applauso, ho detto, non boato da “The Bourne Ultimatum”); azione che tumultua in contesto di analisi anche politica schematica ma equanime e dal retro gusto decisamente amaro.
Semplice perchè siamo tutti vendicatori e in quanto tali colpevoli anche se alcuni vendicatori sono meno colpevoli degli altri.
Notevole la sintesi del prologo che, durante i magnifici titoli di testa, ci informa di quali equilibri e quali poteri si agitano in Medio Oriente.
Ho trovato curioso che il montaggio alternato della sequenza degli attentati rievochi quello utilizzato da Moore in “Fahrenheit 9/11″ con pressappoco gli stessi accostamenti.
Forse è un caso.

One Comment

  1. nam says:

    la Faithfull ormai compare anche troppo sul grande schermo. ciao nam

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