Spariamo un po’ sul “Ocean Twelve”, in attesa del prevedibile “Ocean thirteen” a sua volta preparatorio di “Ocean fourteen” che immagino introdurrà personaggi protagonisti del futuro ma certo “Ocean fiftheen”…
La dura legge del sequel non può patire nessuna eccezione per un film che il numero ce l’ha già nel titolo.
Per iniziare a sparare basterebbe chiedersi, ma la domanda è ovviamente retorica caso mai a qualcuno venga lo sghiribizzo di rispondere, quanto abbiano pagato per la sceneggiatura. Certo la parola “sceneggiatura” è un po’ grossa, soprattutto se è vero che la stessa, quando fu acquistata, era pronta solo a metà.
Hanno provveduto a riempirla per strada, suppongo grazie al contributo degli agenti delle varie star coinvolte nel progetto.
Agenti di viaggio, si intende. L’hanno riempita di battute frizzanti e divertenti lazzi che però non catturano la storia; questa se ne va, anche lei, in vacanza per i fatti suoi in più di una occasione. La regia fa quello che può, una mano alla macchina da presa e l’altra sulla guida turisitica della città visitata per le riprese.
Il film, come letto più volte in giro, sembra girato in una atmosfera divertita e ilare. Il problema che anche durante le gite di piacere sarebbe consigliabile stabilire un programma almeno giornaliero. Altrimenti è meglio girare un glorioso super otto da mostrare agli amici e non un film presentato con tutti i crismi dell’evento falsamente imperdibile.
Eppure a molti è piaciuto.
Io sarei disposto ad un giudizio più tenero solo se alla fine avessi capito qualcosa ma, a quanto pare, mi sono concentrato solo su metà della sceneggiatura. Non ho capito ancora quale.
E poi, per sparare le ultime cartucce, considero un errore enorme l’aver fatto svolazzare, strisciare e flettere tra i laser Vincent Cassel, la Zeta Jones, oltre ad aver già fatto egregiamente una cosa simile in “Entrapment”, avrebbe sollevato almeno lo spirito del film e l’umore di metà pubblico.
Mi scuso per la chiusura biecamente maschilista. Ma per la Zeta Jones si può perdonare. D’altronde anche Spielberg riccorre agli stessi mezzi e istinti, facendola scivolare, e cadere, sul suo lato migliore in “The terminal”.