Dirigere un remake significa accettare ed esporsi al rischio implicito che il pubblico si metta a fare paragoni.
Il fatto che il film originale è del 1962 non assicura che il pubblico non lo ricordi. In tempi di home video e satellite, nessun film è veramente irreperibile e, se si aggiunge che il primo “The Manchurian Candidate è pur sempre uno dei cento film della storia del cinema secondo la famosa classifica dell’AFI (qui in formato pdf ) allora, sottrarsi al rischio, diventa impossibile.
Andare a vedere un remake di un thriller avendo visto il primo priva lo spettatore del piacere del colpo di scena; sa già, in parole povere, come dovrebbe andare a finire. Libero dall’obbligo di seguire la storia può concentrarsi su come è raccontata e diretta. Può soffermarsi, magari, sulla recitazione, notare le differenze della storia in modo da trovare qualcosa che renda il remake meno inutile di un prequel fatto per riempire le casse e i frigoriferi. Insomma, riassumendo, se fai un remake devi avere qualcosa di nuovo da dire e se vai a vedere un remake pretendi che sia qualcosa che ne valga la pena.
Purtroppo il moderno candidato di Demme ha poco da dire rispetto al suo predecessore; è un film che mi ha lasciato, dopo circa due ore di teorie sul complotto, relative spiegazioni confuse ed edipiche rivelazioni, con la certezza di aver visto un film, magari bello, ma un po’avaro di guizzi.
Il film, infatti, si perde in ghirigori più “fanta” che “politici” che sembrano inseriti solo per autoalimentare a vuoto il tema del complotto, arricchendo il film di ombre di thriller che dovrebbero far sussultare lo spettatore ma che mi hanno, invece, indotto a qualche sbadiglio di troppo.
Anche le modifiche alla storia non mi sono sembrate particolarmente felici, le aggiunte del personaggio interpretato da Bruno Ganz (una specie di M ) e quello dell’ormai onnipresente agente FBI mi sono apparse totalmente inutili.
Il primo, giusto il tempo di spiegare un paio di arcani, sparisce tra le pagine della sceneggiatura. La seconda prepara la strada al doppio finale che lascia più perplessi che scontenti.
Tra l’altro è un finale di gran lunga più conciliante del primo. Questo candidato, se mi passate il termine , è molto “bipartisan”. Il primo “Manchurian candidate”, invece, era un film lineare e asciutto, quasi geometrico. Pochi personaggi, una vicenda ed una morale. Discutibile ma forte e chiara al punto tale da sollevare all’epoca, come ora, polemiche politiche. Visto oggi, secondo me, potrebbe scatenare risse. Il suo recente clone, invece, al massimo un occasionale destarsi di uno spettatore che sonnecchia in attesa dei titoli di coda.


