Sono riuscito finalmente a scrivere qualcosa su uno dei film più osannati e premiati del momento: “Le invasioni barbariche” vincitore, tra l’altro, dell’Oscar per il miglior film straniero. Non l’ho fatto fino ad ora, pur avendo visto il film molto tempo fa, perché non mi era mai riuscito di buttare giù due righe che spiegassero, forse soprattutto a me, perché questo film non mi aveva convinto molto. Anzi.
Ci provo ora, quello che viene viene. Non me ne vogliate.
Vi prego di credermi: ho scritto e riscritto questo post almeno un paio di volte, prima di decidermi a pubblicarlo. E’ che proprio non capisco perché questo film sia piaciuto così tanto.
Una delle mie perplessità deriva dalla constatazione che Arcand, di fatto, ricicla un suo modo ormai tipico di fare film: prende un argomento, un tema, gli costruisce attorno una sceneggiatura a tratti elegante e traccia una serie di analisi della modernità utilizzando un tono a volte vagamente predicatorio accompagnato da intenzioni dissacratorie senza averne i mezzi e i guizzi: i film di Arcand sono dei pamphlet monotoni e pesanti.
E’ senz’altro così un film precedente di Arcand: “Jesus of Montreal”, “constatazione polemica del mondo” narrata attraverso le vicende di un gruppo di attori che allestisce una rappresentazione teatrale della Passione di Cristo. Lo stesso vale per “Il declino dell’impero americano” in cui il chiacchiericcio ad argomento sessuale è il pretesto per incardinare una riflessione sul “declino” intessuta da battute rette da una sceneggiatura forse ben calibrata ma che alla fine…
“Le invasioni barbariche” è esattamente come gli altri, con la differenza che i dialoghi, è vero, sono più pimpanti, la regia è senz’altro più precisa e il tema portante del film è filtrato attraverso una vicenda di grossa emotività: la morte di un padre, occasione per una finale riconciliazione con il figlio.
Diciamo la verità, colpisce un po’ basso. Come si fa a non commuoversi almeno un po’.
Quello che non riesco a comprendere è che cosa ci sia di intenso, di toccante, o di ironico, in un racconto che per tre quarti è solo una cinica e, insisto, predicatoria, analisi di quel declino anticipato nel film di cui “Le invasioni barbariche” è il seguito ideale. Il tutto messo in scena con una serie di personaggi di cui solo un paio si eleva al di sopra di una goffa e facile macchietta; non c’è una sola battuta di questa “tagliente sceneggiatura” pronunciata che sia veramente profonda. E’ tutto molto divertente e divertito ma anche spesso glacialmente distante. Tutto il film puzza di calcolo e di ruffianeria lontano un miglio; striscia nei dialoghi, e nel modo in cui la vicenda evolve, un atteggiamento di saccente indulgenza che ho trovato fastidioso.
Predicozzi sparsi sulla politica moderna, sul potere corruttore del danaro, sull’uso terapeutico delle droghe, sullo stato dell’assistenza sanitaria pubblica. Insomma tanti buoni argomenti utilizzati per raccontare il passaggio di un’epoca, il crollo degli ideali di una generazione fatta di maturi intellettuali che ora non fanno altro che parlare di sesso vantandosi di come sono riusciti ad imboscarsi in qualche ufficio. Tutti reduci in allegrissima ritirata mentre, intorno, i barbari, anche loro sotto sotto, buoni buoni, ricchi ricchi, prendono il sopravvento.
Ok, io l’ho scritto… ditemi ora voi perché questo film è piaciuto così tanto.


