A conferma della antica massima secondo cui il mondo è bello soprattutto perché è vario vi propongo due link a due diverse recensioni de “Il ritorno del Re”.
La prima è una secca stroncatura totale del film, del libro e del mondo di Tolkien; mentre la seconda è una recensione dai toni a dir poco appassionati.
Io preferisco quest’ultima e la condivido fino all’ultima parola.
Ho letto il “Signore degli anelli” almeno una ventina di anni fa, oggi dopo aver visto i tre film avrei voglia di rileggerlo per cogliere, grazie alla sensibilità conseguita se non altro per ragioni anagrafiche, le infinite sfumature che forse, all’epoca mi sfuggirono.
E’ uno dei libri che più mi ha entusiasmato in assoluto malgrado non avessi all’epoca, e non ho ora, una particolare predilezione per il genere.
Anzi, direi di più: il genere fantasy mi ha sempre annoiato a morte.
Ma il “Signore degli anelli” è un libro irresistibile e affascinante, avvolto da una magia davvero particolare da non poter essere essere relegato dentro lo schema di un genere: è qualcosa di molto di più.
Se questa è la premessa potete intuire con quale interesse e ho seguito l’evolversi della versione cinematografica sperando, innanzitutto che fosse evitato quel passo falso (però un fu un passo davvero coraggioso) di Bakshi che pretese di farne una versione animata tristemente mai andata oltre il primo scarno episodio. Speranze non deluse perché l’intera trilogia ha una forza cinematografica paragonabile a quella letteraria del libro pur non essendo, il libro e il film, assolutamente sovrapponibili.
Di fronte, tra le tante cose, alla straordinaria efficacia cinematografica di un personaggio come Gollum o alla maestosità delle scenografie delle città, non si può che rimanere incantati e storditi allo stesso tempo, quasi commossi e, quindi, disposti a chiudere anche un mezzo occhio, su qualche ingenuità come, ad esempio, quella dello skate poco elfico di Legolas nel secondo episodio o le non sempre felici interiezioni di Gimli e, infine, un paio di licenze sulla storia costate la sparizione di Saruman dal terzo episiodio.
Chiudiamo un occhio anche sul fatto che in un film del genere è difficile riconoscere al regista, e al film, un merito veramente “autoriale” sommerso come è dal contributo di tanti altri fattori e, ammettiamolo, da un budget senza precedenti. Più che di “regia”, in questo caso, preferirei parlare di “direzione”, “messa in scena”.
L’unico merito di Peter Jackson, opinione rigorosamente personale, è quello di aver fatto prima degli altri una cosa che nessuno farà mai più.
Se ha veramente del talento lo dimostrerà.
Lo stesso vale per il cast, nulla di veramente straordinario se non il fatto di aver partecipato a qualcosa che nessuno farà mai più.
Più o meno così, nel bene e nel male, si passa alla Storia.
Parlando di Storia, e sempre riferendo opinioni molto personali, credo che l’intera trilogia è qualcosa sulla quale il cinema dovrà, forse, fare i conti.
Non ne ho la certezza, nessuno può averla; ci vorrà un solo un po’ di tempo: quanto di solito la Storia chiede per assegnare i suoi giudizi.
Sapremo e potremo aspettare


