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Collateral di Michael Mann – Recensione

Ammetto che di Mann, almeno quelli che ho visto,  mi lasciano un po’ indifferente.
Per carità è solo una questione di gusti, forse di età.
Nessuna crociata, quindi, e che nessuno reclami il mio scalpo, o altro, per il giudizio non esattamente lusinghiero su “Collateral”.
L’ultimo film di Mann, malgrado fosse stato presentato come una delle migliori cose viste a Venezia, ha da farsi perdonare il fatto di essere una brutta storia raccontata con tanta classe.
Il soggetto è bello, ma mi lascia perplesso il fatto che, alla fine, ci si rende conto di come lo stesso si snodi in una sceneggiatura talmente piena di coincidenze che, in alcuni momenti, traballa vistosamente sotto il loro peso.

So bene che in alcuni casi bisogna sospendere la “incredulità” ma in “Collateral” siamo molto oltre la credibilità. Non dico nulla di più perché potrei rovinare seriamente la visione a chi non l’ha ancora visto. Sono convinto, però, che a quindici minuti dall’inizio qualsiasi spettatore avrà capito giusto quei due o tre dettagli sorprendenti della storia e, soprattutto, intuito il finale che si può tranquillamente definire “telefonato”, e non è solo un modo di dire.
Un altro difetto puramente narrativo del film è che l’idea dell’attrazione degli opposti consueta in film del genere, è gestita in modo assolutamente ovvio: già a metà film si intuisce come evolverà il rapporto tra il cattivo killer, bianco e canuto, ed il tassista buono e (ma) nero.
Di cattivi, cattivissimi che, alla fine, diventano forse più buoni arrendendosi ne avete visti tanti quanto di buoni che diventano un po’ più cattivi, con l’approssimarsi del finale, dopo aver superato il rischio della nota sindrome di Stoccolma.
E’ uno schema consueto che funziona ma, come tutti gli schemi, è il paravento che nasconde il riparmio della fatica ci costrurire una storia.
Il cinema è narrazione, diceva qualcuno, e per narrare bisogna avere una bella storia. In “Collateral” c’è solo l’idea di una bella storia.

Rimane, dopo la “brutta storia”, almeno la “classe” delle repentine e imprevedibili alterazioni di ritmo, che passa dal quasi torpore notturno alle deflagranti esplosioni di violenza, la scelta di mostrare una Los Angeles notturna insondabile e perfettamente fotografata. Rimane anche una ottima prova di Cruise, mai così convincente, un montaggio perfetto le belle musiche e la fotografia.
Insomma del capolavoro c’è quasi tutto… peccato per la storia.

Il film, in ogni caso, ha avuto giudizi mediamente contrastati su Cinebloggers Connection.

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