Soldini è, tra i registi italiani “recenti”, quello che mi attira di più. Il suo cinema mi piace perché non ha la presunzione di voler elaborare quelle tediose analisi generazionali cadendo, così, nella presunzione tipica di molti suoi colleghi che gettano sguardi indagatori o eccessivamente intimisti, spesso vagamente censori, su ciò che narrano.
Soldini preferisce sempre uno sguardo appena tangente alla realtà, si rifugia nel divertito, nel quasi svagato, scegliendo per le sue immagini cromatismi quasi surreali, inventando personaggi ad un passo dalla macchietta affidati ad attori che si divertono con un misurato gigionismo.
Quello di Soldini è un cinema di invenzioni, di storie alle quali forse manca il realismo; ma non è un cinema di disimpegno assoluto. Anzi.
“Agata e la tempesta” è esattamente come “Pane e Tulipani”, sotto il divertimento, le battute, striscia un leggero, ma tutto sommato leggibile, sottotraccia, un sottile retrogusto amaro, che dona consistenza all’intera narrazione senza dominarla ma arricchendola e, soprattutto senza mai obbligare lo spettatore a seguirla a forza.
Questi, se lo desidera, può continuare a sorridere dei corsi di inglese ascoltati in automobile, della geometra e dell’idea di creare un vivaio di trote con annessa libreria.
E’ tutto qui e non è affatto poco, soprattutto per un regista italiano “recente”.
“Agata e la tempesta” è un buon film che soffre, secondo me, di un solo limite: la girandola delle vicende raccontate è meno coesa rispetto al precedente. In alcuni punti ho perso il senso del racconto avendo quasi l’impressione che il tutto fosse solo un pretesto per innescare gag o far vedere quanto siano bravi Licia Maglietta o Emilio Solfrizzi. Il secondo, per inciso, meriterebbe molti più consensi di quanti ne riceva.
Malgrado ciò è un film senz’altro da vedere.



