
Io, se fossi John Woo eviterei di prendere in consegna un film che altri hanno iniziato a dirigere; non per una pura questione di stile ma, più che altro, perché i film sono come le mutande e le opinioni: ad ognuno le sue.
Io, se fossi John Woo, terminato il montaggio di Paycheck, immediatamente prima della uscita nelle sale, avrei organizzato una proiezione per così dire di testing, una beta proiezione insomma. Avrei invitato un centinaio di persone dotate di una intelligenza assolutamente media, gli avrei fatto vedere il film e, alla fine, tramite un questionario a risposta multipla avrei posto domande sulla vicenda narrata. In questo modo, sempre se fossi John Woo, il pubblico mi avrebbe avvertito che, nella storia di “Paychek”, ci sono delle cose poco chiare. Non delle piccole e venali incongruenze ma dei veri e propri buchi.
Preso atto della situazione, sempre se io fossi John Woo, avrei potuto scegliere tra ben tre diverse opzioni.
La prima: avrei riletto la sceneggiatura, passo passo, snodo dopo snodo, scena dopo scena cercando di capire quale fosse il punto che il pubblico trova poco chiaro o incongruente. Una volta trovatolo l’avrei riscritto e girato altro materiale.
La seconda soluzione, dispendiosa ma affascinante sul piano comunicativo, avrei presenziato a tutte le proiezioni mondiali in modo da chiarire di persona ciò che non è sfugge allo spettatore poco dotato.
La seconda soluzione può avere una applicazione molto affascinante: io, sempre se fossi John Woo, mi sarei organizzato in modo da presenziare anche alle visioni domestiche di ogni singolo spettatore. Sarei andato a casa di ogni singolo spettatore e gli avrei spiegato ciò che lui, poverino, non ha capito.
E’ qualcosa di dovuto perché mentre a cinema uno può chiedere qualche spiegazione a quello seduto affianco, durante una proiezione tardo serale, a casa, da solo, non può fare altro che tornare indietro e alla moviola rivedere qualche passaggio, ascoltare i commenti e così via. E alla fine va a letto dubitabondo chiedendosi “Ma come faceva il protagonista a sapere che… se…”.
Potrei, infine, sempre se fossi John Woo, ammettere che in “Paycheck” ci sono dei vistosi buchi nella storia. Mi scuserei e confesserei che, a furia di giocare con la memoria del protagonista e la macchina da presa, mi sono dimenticato che ci sono cose che non può più sapere.
Ecco, se fossi John Woo, io l’ammetterei candidamente “Nel film che avete appena visto c’è una incongruenza narrativa enorme. Nessuno se ne è accorto, eravamo troppo impegnati sul progetto. Scusatemi e presentate le mie scuse a Dick”.
Io se fossi John Woo eviterei di affermare di essermi ispirato a Hitchcock nel girare “Paycheck” e che Affleck si è ispirato a Cary Grant perché il pubblico, forse infastidito dal fatto che la storia ha, come detto, dei buchi fenomenali, potrebbe non gradire il primo accostamento e trovare il secondo quasi una presa in giro. Vabbe’ che tutti citano Hitchcock e che citano di citare citando, però è anche vero che alla fine di un film di Alfred nessuno si faceva domande sulla storia che era raccontata in modo chiaro è che la sua regia era notoriusamente (e cito anche io) razionale.
E tutto senza discutere sul senso della tensione e suspance che in “Paychek” è inesistente e sul paragone tra Affleck e Grant.
Io se fossi John Woo incomincerei a comprendere che alle volte le panoramiche, i piani sequenza e le riprese particolarmente ampie danno fastidio e, se ripetute per due ore circa, fanno venire il mal di mare. Uno spettatore un po’ più malizioso potrebbe domandarsi semplicemente “Ma a che servono?” soprattutto se il resto della messa in scena non lo distrae più di tanto.
Io, se fossi John Whoo mi farei regalare un paio di forbici e comincerei a prendere lezioni di montaggio che, come si insegna, è “la punteggiatura di un film”. E qualche punto ci vorrà ogni tanto. Diamine! Mica si può riprendere tutto di seguito.
Io se fossi John Woo non farei apparire solo un volatile bianco, con cui mi firmo in ogni film, nella scena finale, quella in cui ci si aspetta la rivelazione, il chiarimento finale del tipo “Chi spara al protagonista?” “Chi si nasconde dietro la porta?”. A parte il fatto che il pubblico potrebbe maliziosamente equivocare su simboli e significati (e me le immagino le battutacce al cinema), in quel momento sarebbe stata meglio spiegazione e non un sigillo e poi il pubblico già sa chi dirige il film e sarebbe anche meglio non ricordarglielo.
E’ un po’ come se, nella scena finale di Psycho, apparisse Alfred vestito da bagnino e dicesse che lui non farebbe mai male nemmeno ad una mosca e introducesse Cary Grant vestito da Daredevil.
Io, se fossi John Woo, confesserei che “Paycheck” è un film malriuscito, malgrado la storia molto bella, ammetterei che non sono più quello di “The killer” o “Mission Impossibile”, cercherei il perdono dello spettatore con la più classica delle scuse “tengo famiglia” e magari prima di fare un altro film ci penserei.
Io, sempre se fossi John Woo, e leggessi questo post sul blog di un presuntuoso ed ignorante, non me la prenderei più di tanto. Anche i blogger tengono famiglia…
Però, sempre se fossi John Woo, e volessi rendere la pariglia al blogger una cosa la farei: gli manderei uno stormo di volatili per fargli quello che fanno ad altri in un famosissimo film.
Di Alfred?
No! di Mel Brooks.




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