Il cinema secondo me

Green zone di Paul Greengrass – Recensione

Green zone” diretto da Paul Greengrass è un film che rischia di passare inosservato e questo sarebbe un peccato.
C’è il rischio di confondere “Green Zone” con un momento di puro e ottimo intrattenimento, e di ignorare, o mettere in secondo piano, un aspetto che secondo me non è irrilevante.

Questo rischio è, a dire la verità, alimentato anche dal marketing che enfatizza la presenza della coppia Paul Greengrass, regista, e Matt Damon, attore, ricordandoci che sono gli elementi essenziali degli ultimi “Bourne”. “Green Zone“, insomma, con gli stessi ingredienti, deve seguire la stessa linea. Potrebbe anche bastare perché, come scritto altrove in questo sito, gli ultimi due Bourne sono film decisamente sopra la media. In “Green Zone“, a parte la confezione di uno straordinario e serrato action movie da antologia, incrocio perfetto tra thriller e spy story che inchioda lo spettatore, e l’esercizio di ottimo mestiere di Greengrass c’è un elemento un più.

L’intrattenimento, la confezione, è in questo caso al servizio di una denuncia che, tranne Moore, pochi hanno voluto proporre.
Fare un film di puro intrattenimento che, divertendo, solleva il dubbio che la questione “armi di distruzione di massa” in Iraq era una menzogna, è un atto di coraggio da non sottovalutare.

Non è da sottovalutare un film decisamente mainstream, destinato a scalare i botteghini, che dichiara apertamente “In Iraq eravamo dalla parte sbagliata. E lo sapevamo”. Greengrass riesce a coniugare denuncia, anche se in tempi politici differenti, e grande intrattenimento, creando un film perfettamente bilanciato tra esasperato, ma affascinante e funzionale, dinamismo e riflessione sui veri motivi di una guerra che già dall’inizio era davvero “sporca”.

Questo film vale molto di più di qualsiasi indagine giornalistica, pur essendo un prodotto di finzione. Le inchieste giornalistiche passano di moda, i film di successo poi escono in DVD. Non perdete “Green Zone”.

Gamer di Mark Neveldine e Brian Taylor – Recensione

Di Mark Neveldine e Brian Taylor, registi di questo “Gamer“, avevo già visto il precedente “Crank” che mi aveva lasciato assai perplesso.
L’idea di “Crank“, lo ammetto,  non era male, la costrizione all’adrenalina del protagonista, intossicato con una droga, era un espediente narrativo che offriva  tante possibilità, d’altronde ogni action movie è dominato da una istanza “adrenalinica” che, almeno per lo spettatore, deve essere soddisfatta. 

L’esecuzione di “Crank” era, secondo me, pessima: un estetica volgare e rumorosa, con poca ironia  e tante cadute di stile.
Un brutto videogioco con il joystick dal lato sbagliato dello schermo.
Eppure ho letto alcune recensioni favorevoli.
Con “Gamer“,  Mark Neveldine e Brian Taylor giocano la carta dell’universo “distopico” collocato  nel 2034, intersecato con un reality game  in cui tutti sono impegnati in video giochi on line più o meno violenti.
L’idea non è esattamente originale, la messa in scena è esplosiva, sequenze veloci, tendenti ad un ritmo adrenalinico talmente concitato che la storia lascia per strada le basi del soggetto e l’idea stessa  del film sbiadisce velocemente trasformandosi, in modo quasi premeditato, in  un orpello facilmente sacrificato.
E’ un peccato perché le idee, e le visioni efficaci,  non mancano come, ad esempio, le sequenze del gioco “Sims like” della protagonista.  Menzione speciale per il guizzo di un cattivissimo Michael C. Hall che danza  perfido sulle note “I’ve got you under my skin”,  momento cult.
Per rivederlo basta You Tube e non necessariamente la visione di un film un po’ inconcludente che dopo un mezz’ora viene a noia.

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