“The book of love”, tradotto in modo azzeccato nell’italiano “Manuale d’amore” è una buona commedia sentimentale di quelle che vanno preriodicamente molto di moda nel cinema mainstream d’oltreoceano.
Dalla sua ha, senz’altro, il merito di una scrittura ben riuscita che, non senza ruffianeria, rinuncia a quelle occhiute indagini sui sentimenti tipica del cinema europeo e italiano, limitandosi a raccontare vicende d’amore, con una leggerezza distante, quel tanto che basta, dalla evanescente inconsistenza per farsi apprezzare senza appesantirsi.
Altro merito del film è quello di essere divertente, per una commedia non è affatto poco; che poi il film faccia ridere senza indugiare nella volgarità spesso “in mutande” a cui siamo, purtroppo, abituati da queste parti, è ancora una cosa da mettere in risalto.
Certe cose loro, gli americani, non le fanno nemmeno sotto le feste comandate.
Insomma, loro, sempre gli americani, le commedie “carine” e garbate le sanno fare anche quando rinunciano a cincischiare e perdere tempo con sofisticate pretese falsamente autoriali. Per fare un film ben riuscito è sufficiente un buon cast, una buona storia ed un regista che “senza nulla a pretendere”, mi perdoni Totò, svolga il lavoro senza volere metterci troppo del suo.
Sarà pure perché, ammesso e non concesso, del suo ha poco, ma questo non importa per il risultato finale anche se qualche merito il regista pure ce l’avrà se il film funziona.
Di fronte ad un film del genere ci sarebbe da imparare perché, come dice Goljadkin, a volte basta molto poco per fare un bel film “carino” anche nel cinema italiano.
Questa fanfaronata in forma di post è l’unico modo che ho trovato per dire che “Manuale d’amore” mi è piaciuto e mi ha piacevolmente sorpreso. Certo qualche cosina fuori posto c’è però sono convinto che se fosse stato veramente un film americano tutti avrebbero inneggiato alla nuova spumeggiante commedia americana che tra Allen, “American Beauty” e “Certi piccolissimi peccati” (Verdone rispettivamente nella doccia e sul cornicione) avrebbe scavalcato, per l’ennesima volta, il nuovissimo cinema italiano costringendolo ad incassare e rincorrere perché da queste parti, sotto le feste comandate, spacciamo film orribili per grandi commedie con pretese di indagine sociale virata al grottesco.
Poi dopo vent’anni le rivalutano.
Per finire qui la scheda dei cinebloggers e qui una recensione di Massimo Causo di Sentieri Selvaggi.



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