Post in una premessa, una considerazione e una domanda.
La premessa. Dogmille ?
Vidi “Dogville” nella sua edizione estesa pubblicata su DVD.
Ne rimasi fulminato pur non avendo mai amato von Trier.
Al famoso dogma attribuivo la stessa serietà dei proclami che fanno i bambini per attirare l’attenzione su di sé, giusto il tempo per estorcere una ricompensa.
Come disse Cooper in un suo storico post, il dogma è una bugia. E nemmeno tanto credibile.
“Dogville” mi piacque per tanti motivi, la Kidman (che è sempre un ottimo motivo), il gioco teatrale ostinato ed ostentato, il cast, la voce narrante e la sfrontatezza di un presuntuoso che gioca a fare Dio su un set uscito dal Monopoli, il colpo di scena finale e, infine, i dialoghi serrati e taglienti.
Mi piacque anche l’idea dell’ultimo latrato del cane che emerge dalla lavagna e chiude il film. Anche se, a dire la verità, non ne ho mai compreso il significato e ho sempre pensato che fosse un semplice gioco nel gioco.
Non mi piacque la ostentata ambiguità delle metafore e il trucco finale dei titoli di coda che sulle note di “Young american”, sembrava fornire una chiave di lettura tardiva e pleonastica.
Era meglio non precisare, insomma. Malgrado questi piccoli difetti è rimasto uno dei film che più mi colpì all’epoca, ed è in costate e continua rivalutazione.
La considerazione: venne Manderlay
“Manderlay” è un film, secondo mia modesta opinione, più riuscito di “Dogville”, anche senza la Kidman, anche se Dafoe non è James Caan.
Il film è riuscito, sempre secondo mia modesta opinione, perché è senz’altro più asciutto ma con molto più spessore. E’ un film dal tema chiaro che non affastella metafore con capovolgimenti finali. La simmetria dei poteri è chiara e precisa anche se gli stessi rimangono perfidamente ambigui.
von Trier rinuncia, contravvenendo a ciò che aveva fatto a “Dogville”, al gioco ostentato dell’allestimento scenico particolare. A Manderlay, per dirne una, c’è anche una porta e gli abitanti non passano il tempo a bussare e chiudere altre porte inesistenti (in “Dogville” era un rito a tratti comico). Mancano sempre i muri, è vero, ma dovrebbe essere chiaro il perché.
La plancia su cui si muovono le pedine finisce per essere un corpo meno estraneo , quasi metabolizzata e la si accetta con meno stupore, o fastidio a seconda dei casi, di “Dogville”.
Ne guadagna la chiarezza. Si segue la storia e i graffi vanno a segno senza aspettare i titoli di coda.
Rimangono un paio di dubbi sul senso dell’intera operazione. Un alone di mistero su fini e il timore che anche noi, il pubblico, siamo al centro di un gioco da tavolo.
La domanda: Capiremo tutto a Wasington?
Sappiamo che dopo, “Dogville” e “Manderlay”, Grace si sposterà a “Wasington”.
Forse lì, dove il ciclo si concluderà, e tutto il resto sarà chiaro.
Forse von Trier affonderà in una presa di posizione decisa e smetterà di credersi Dio con la macchina da presa sulla plancia del monopoli? O si limiterà a raccontare, a suo modo, quanto ambigua è la terra delle opportunità?
A “Wasington” le case avranno le porte?
Le domande avranno risposte?
Non ne ho idea. Accetto il rischio e mi incammino anche io sulle tracce di Grace.
Anche se avere a che fare con uno che si diverte a porre dogmi e a disubbidirli c’è il rischio di vedere tradito il proprio affidamento.
Potrebbe essere pericoloso. Dopotutto partimmo da una lavagna: è sufficiente un cassino.
E, alla fine, qui i cinebloggers dicono la loro.




5 Comments
L’avevo scartato, rimandato al noleggio ma adesso mi hai fatto venir voglia di vederlo, pero’ è rimasto solo un cinema che lo proietta qui a Roma , mi devo sbrigare !!
Manderlay lo vidi, per metà in piedi, in maggio a Cannes all’ultima proiezione utile prima che la sala si svuotò per un terzo lasciandomi un posto a sedere
Von Trier a mio avviso provoca su un tema, quello del razzismo, dove molto (o tutto) si è già detto, scritto e filmato, e lo fa in un modo decisamente politicamente scorretto. Nulla di nuovo quindi
Qualche riserva l’ho nutrita però nei confronti di Bryce Dallas Howard, che non riesce a vestire l’ambiguità che fu della Grace impersonata dalla Kidman.
dog ville ribaltato god ville questo è il senso che cercavi nella scena finale di dogville.
Manderlay ribaldato potrebbe essere red nam mancherebbe una e ma potrebbe essere voluto.
quello che secondo è chiaro è che von triers non parla dell’America.
Essendo il suo punto di vista narrativo paragonabile a Dio e su questo concordo lui parla del mondo, degli uomini ma non solo.
suddivide gli esistenti in tre categorie
gli uomini alias schiavi
grace ossia non proprio gli dei forse gli angeli
il padre di grace che nel giuoco del ribaltamento appare essere comunque sopre le altre due categorie.
cosa va detto?
che la visione di triars ha riferimenti chiari nel mito della creazione, nella gnosi, etc.
In verità speravo che von Triers ci fornisse una via d’uscita, ma bisognerebbe comprendere più a fondo che chi è nel giusto non è Grace, ma probabilmente gli schiavi, appunto, ed il padre …
sono anche io curioso dell’epilogo a Rob.
postai anche io sul film sempre che la cosa interessi …
potrebbe anche essere “lay red man”…….
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