“Lost in translation” è un film che sembra aver messo d’accordo un po’ tutti i blogger cinefili. E’, infatti, piaciuto più o meno a tutti.
E’ piaciuto molto, moltissimo anche a me.
A dire la verità l’ho visto prima delle vacanze di Natale, ne scrivo solo ora perché, come ho provato a spiegare un po’ di tempo fa, non riesco a scrivere di film che mi sono piaciuti; se una stroncatura viene facile facile, un elogio è molto più difficile: ha sempre bisogno di un po’ di tempo per lasciare sedimentare il giudizio.
Ci provo, quindi, solo ora.
Forse intempestivamente ma, per fortuna, questo è solo un blog i cui ritmi editoriali sono scanditi solo dalla mia sovrana voglia di scrivere.
“L’amore tradotto” mi è piaciuto per molti motivi; quello più ovvio è che mi è piaciuto perché racconta una bella storia, semplice, decisamente minima. Una storia che è scandita da pochi avvenimenti, pochi dialoghi.
Una storia tutta interiore. Come dice Marquant, con la sua solita raffinata precisione, è un film “rarefatto” e ha, come sempre, ragione.
Raccontare storie del genere al cinema non è affatto semplice. Il rischio è quello di cadere nel melenso, sprofondare in una pesante retorica o, molto più semplicemente, tirare fuori qualcosa di disarmante ingenuità. Per raccontare una storia del genere sono necessarie la leggerezza, molta leggerezza, e la capacità di indurre lo spettatore a scavare dentro la storia e i personaggi, invitarli ad ascoltare oltre il rumore per carpire, come avviene nella magistrale scena finale, ciò che è sussurrato magari nel fracasso assordante di Tokio.
In questo il film è impeccabile il modo in cui leggerezza e profondità, comicità e riflessione si alternino perfettamente senza che nulla abbia mai il sopravvento..
Ho trovato molto accurata, e per niente occasionale, la scelta delle canzoni, oltre alla “Just like honey”, merita di essere ricordata la stravaccata ma significativa “More than this” che un Bill Murray, ispirato e convincente come sempre, saccheggia al karaoke.
Insomma un bel film che senz’altro merita di essere visto e ricordato, speriamo se ne ricordino nella notte degli Oscar o, almeno, ai Golden Globe.




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