
Devo questo libro, che oserei definire “rivelatorio” ad un saggio blogger che, un paio di mesi fa me lo consigliò molto caldamente (e poi ci chiediamo ancora a cosa servono i blogger).
“Geografia del cinema. Viaggi nella messinscena” è un libro ricco di talmente tanti spunti al punto che non è possibile non rileggerne alcuni passi prendendo appunti.
La bellezza del libro non è solo nello stile semplice e chiaro ma anche nel metodo seguito dall’autore per introdurre in lettore al viaggio attraverso quelli che definisce i “ Quattro continenti della messa in scena” .
La bravura di Fornara è, in altri termini, nell’essere riuscito a sciogliere le difficoltà abbandonando i “paroloni” muovendo dalla cosa più semplice ed evidente: “quello che vede lo spettatore”. Anzi, per essere proprio sicuro di partire esattamente da “quello che vede lo spettatore” è esplicito sin dall’inizio: “Questo libro amerebbe essere letto con sottomano le cassette dei film di cui si parla”.
Grazie ad un incedere quasi affabulatorio il lettore, pagina dopo pagina, esempio dopo esempio, cassetta dopo cassetta, copre “I quattro continenti della messa in scena“. L’analisi parte dalla scena iniziale di un classico western del 1959 (e che classico) e termina con “Pulp Fiction”, passando per il Carpenter del primo “Halloween”, Fassbinder e Lynch, Welles…
E così il viaggio parte dalla “fissità” dei film dell’epoca del muto e arriva al cinema del piano sequenza di Tarantino; dal cinema del montaggio trasparente, dalle regole rigide ma capaci di riempire di significato ogni sequenza, a quelle del montaggio esibito quasi sfrontato o a quello anarchico di Godard.
Tutto è spiegato ed analizzato con chiarezza a dir poco esemplare cosa che ho personalmente riscontrato solo in pochissimi libri di cinema che magari prediligevano un taglio meno divulgativo spesso anche a danno della comprensibilità.




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