Ho visto in questi giorni un bel documentario, curato per la televisione da Martin Scorsese, intitolato: “A Personal Journey With Martin Scorsese Through American Movies“. L’ho trovato in DVD su una bancarella ad un prezzo tale che lasciarlo dove era sarebbe apparso un gesto quantomeno sgarbato.
E bene ho fatto: sono stati otto euro ben spesi.
Più che ad una lezione di cinema si ha l’impressione di assistere ad una chiacchierata con una persona che condivide la propria passione. In circa quattro ore Scorsese racconta una personalissima storia del cinema che comincia con le forti emozioni provate quando, a soli quattro anni, vide con la mamma “Duello al sole” e termina intorno alla fine degli anni ‘60, epoca in cui lo stesso regista cominciò a fare cinema sul serio.
E’ il taglio personale ed appassionato, quasi emotivo, a rendere questo lungo documentario qualcosa di esemplare; confesso di aver visto alcuni passaggi almeno un paio di volte quasi prendendo appunti.
Il regista newyorkese ammette, con un candore quasi devastante, di sentirsi ancora oggi uno studente di cinema che ha bisogno di vedere i film degli altri per imparare il mestiere e per creare “la sua tavolozza di colori”. Lo fa oggi così come l’ha fatto prima di diventare regista. Io l’ho trovata una dichiarazione devastante e sorprendente!
Ovvio l’invito ai giovani colleghi di fare lo stesso: cominciare a vedere i film di registi del passato e ad attingere dalle loro idee.
Il documentario, seguendo questo spirito e dando, in un certo modo, concretezza all’invito, si sofferma su molti registi invitandoci ad apprezzarne lo stile, la scelta dei temi e i diversi modi di raccontare che li contraddistinguevano. Oltre che sui nomi l’attenzione è rivolta ai generi ed ai temi del cinema americano: il western, il musical, il gangster movie.
La storia del cinema “secondo Scorsese” si snoda, però, non solo attraverso i temi e i generi ma anche attraverso registi che, in un modo o nell’altro, trovarono il modo di esprimere sé stessi aggirando le regole, e i ruoli, di un sistema che, già all’epoca, era particolarmente rigido. Lui, Martin, li chiama affettuosamente i “registi imbroglioni”.
La sua storia del cinema è, quindi, animata da quei registi minori e meno noti che scelsero di muoversi tra le pieghe, e le falle, del sistema o, nel caso dei così detti registi “iconoclasti”, contro il sistema.
Molto bella la conclusione in cui Scorsese, confessando che da piccolo voleva fare il prete, considera che, tutto sommato, da regista si è trovato a fare un “mestiere” in qualche modo simile. Il cinema, secondo lui, soddisfa “una esigenza spirituale”; nei film c’è senz’altro una forma di spiritualità anche se è qualcosa che non può prendere il posto della fede. C’è qualcosa di spirituale nel creare un film quanto nel vederlo, i cinema come le chiese sono luoghi in cui la gente si riunisce per condividere un’esperienza comune.
Il documentario è arricchito dai titoli disegnati da Saul Bass al suo ultimo lavoro.




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