Il modo migliore per scrivere qualcosa sulla ultima fatica di Moore è, forse, baloccarsi per qualche secondo con l’idea che il film sia una opera di pura fantasia, qualcosa che con la realtà ha solo qualche sparuto punto di contatto: una satira, villana e insolente, di cui è possibile tenere poco conto.
Insomma faccio finta, almeno per il tempo di scriverne, che “Fahrenheit 9/11″ sia un mockumentray molto ben riuscito; una specie di “F for fake” di Welles.
Questa finzione protegge il giudizio dalla influenza di elementi esterni permettendomi, così, di apprezzare la straordinaria mimica dell’attore che interpreta il Presidente degli Stati Uniti. Una interpretazione eccezionale degna del più imbranato Peter Sellers e dello Stan Laurel più stralunato. Viene quasi da domandarsi da dove sia sbucato fuori questo attore finora sconosciuto e di augurargli una discreta carriera, affidata ad un regista (magari qualche emulo di Mel Brooks) che sappia sfruttare la sua comicità.
La sceneggiatura è meravigliosa, non tanto le per le chiose della voce narrante, ma soprattutto per i dialoghi dei protagonisti. Toccanti le parole della madre, strepitose le gag, visive e verbali, attraverso le quali Moore mostra, con una sapiente metafora, come l’arroganza del potere e del “potere del potere” possa manifestarsi in modo grottesco e crudele. Divertentissima la battuta sulle armi di distruzioni di massa, quelle che non si trovano, che potrebbero essere a “Nord Sud, Ovest Est”.
Nemmeno Groucho avrebbe saputo fare di meglio.
Riuscite le scelte di montaggio. Gli accostamenti delle inquadrature sono perfettamente funzionali a fare apparire reale e convincente la storia di fantapolitica raccontata da Moore. L’efficacia della narrazione poggia anche su un ritmo perfetto, sempre misurato, rallentato ad arte per indurre lo spettatore ad amare riflessioni, veloce al punto giusto quando è forse meglio che lo spettatore non rifletta troppo sui dettagli e si lasci travolgere dalla narrazione.
Insomma Fahrenheit 9/11 è, nel suo genere, un capolavoro; meno intriso di ironia rispetto al precedente “Bowling a Colombine” ( anche quella magistrale opera di pura finzione), forse a tratti meno lucido del precedente senz’altro perché la vicenda narrata è molto più complessa, articolata in tanti passaggi, nomi e vicende. Ecco forse questo è il vero difetto del film: la storia è troppo complicata. In alcuni punti perde di verosimiglianza, si vede che è frutto di una fantasia molto laboriosa.
Questo è quello che scriverei se “Fahrenheit 9/11″ fosse un film di pura finzione, mi sbarazzerei dell’obbligo di giudicare il teorema di Moore e di commentare la realtà sottostante, quella a cui fa drammaticamente riferimento. Lo fanno già in tanti ogni giorno e non voglio aggiungermi alla ressa.
Se però, per assurdo, “Fahrenheit 9/11″ non fosse un film di pura finzione, allora dovrei ammettere che si tratta di un film dannatamente demagogico e maldestramente fazioso, montato ad arte per manipolare lo spettatore dimostrando un teorema che vale quanto quelli cari a Fox Moulder. Si tratta di un manifesto ideologico che trova il tempo che trova e gli spettatori che merita.
Spero tanti, tantissimi.
I registi e i film fazioni, scorretti e manipolatori mi sono sempre piaciuti, soprattutto quando mi fanno comodo. Credo che se si ha qualcosa da dire è meglio prendere una posizione chiara ed esporla vibrando anche qualche colpo sporco, piuttosto che oscillare indecisi e gentili.
Così fa Moore, ricordando molto in questo film alcune cose di Oliver Stone.
Ad un regista che è evidentemente di parte non si può rimproverare il fatto di esserlo in modo dichiarato ed esplicito. Il film funziona proprio perché è sbilanciato, eccessivo fino alla manipolazione, al punto tale che se ciò che racconta fosse tutto finto, come dicevo all’inizio, sarebbe considerato un capolavoro con meno riserve di quante ne ho lette in giro.



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