“Equilibrium” è un film che sembra girato sul set di “The Matrix”, del secondo in particolare, dopo che l’allegra combriccola dei fratelli Wachowski ha terminato il suo turno di lavoro. Non escludo, però, che possa essere vero anche il contrario: in queste cose la realtà, come sapete, è come il cucchiaio: non esiste.
Ci sono, in ogni caso, similitudini talmente evidenti che è inutile negarle, una per tutte l’abito decisamente tonacale indossato dal protagonista.
Anche dal punto strettamente visivo ci sono delle similitudini, una tra le tante è l’accostamento tra scenografie post moderne delle città, senz’altro meno cupe e più rarefatte di quelle di “The Matrix”, e quelle più classicheggianti degli interni delle stanze del “potere”. Idea, questa, non particolarmente originale che credo aver già visto un paio di volte nella mia carriera di cinefilo “incolto ed insonne”.
Oltre a “The Matrix” ci sono, però, altri riferimenti a certo bel cinema di fantascienza sofisticato e “concettuale”, quello, per intenderci, senza fragorosi, e costosi, effetti speciali in cui dominano le buone idee e non le immagini. Mi riferisco a quel bel cinema di fantascienza che non brucia i botteghini ma che solitamente è ricordato a lungo dagli spettatori.
Malgrado gli evidenti saccheggi il film merita di essere visto sopratutto per la regia molto elegante che riesce a rielaborare il materiale da cui attinge esplicitamente cercando di proporlo in modo anche originale.
Insomma: c’è personalità e non solo esercizio di sterile citazionismo.
Le scene dei combattimenti, ad esempio, altro saccheggio da “The Matrix”, hanno una discreta, e misurata, sobrietà e sono girate molto bene al punto tale che si capisce ciò che succede.
La recitazione è composta senza che il personaggio principale, Christian Bale, assuma quell’atteggiamento e quelle espressioni sospese tra il messianico e il vittimista che hanno fatto la fortuna di Reeves e, tutto sommato, l’evoluzione del suo personaggio si lascia apprezzare.
Ciò che, invece, sembra un po’ slabbrata è la sceneggiatura che, all’inizio e nel finale un po’ rabberciato, traballa lasciando qualche zona vuota di troppo; non sarebbe stato male un maggiore approfondimento o, almeno, un tentativo di conferirle spessore e coerenza anche perché i temi della vicenda lo permettevano, anzi lo pretendevano.
In conclusione: non è un capolavoro ma, in ogni caso, appuntatevi il nome del regista: Kurt Wimmer. La mia modesta opinione è che merita di essere seguito, potrebbe sorprenderci.



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