Meglio dirlo subito così siete preparati a ciò che leggerete, se leggerete, e non potrete dire “non l’avevi detto” o “se lo dicevi prima”. So che ciò che scriverò potrebbe essere poco condiviso.
Confessioni di una mente pericolosa è un film stupefacente, ho già liberato lo spazio sulla mensola perché questo film finisce nella mia cineteca. Sarà il mio nuovo cult.
Il titolo è già da cult, instilla subito un dubbio, disorienta e allude allo stesso tempo.
Riflettete: una mente pericolosa può davvero confessare?
Come potete essere sicuri che non menta, che finga di confessare o che confessi con convinzione un suo delirio, uno dei tanti, uno qualsiasi.
Magari la mente crede di essere stata per svariati anni un agente CIA in incognito e di aver ucciso più di trenta uomini in giro per il mondo. Magari racconta anche di essere stata in prigione al di là del muro e di essere libera solo grazie ad uno scambio tra spie
Ci sono prove? Chi può smentire o confermare? Nessuno: sono tutti morti.
La storia è sospesa tra la realtà e la finzione, tra il delirio alimentato dalla mitomania e la improbabile autobiografia di un frustrato di successo, forse di un vero killer.
Intorno si muovono personaggi da spy story, quelli che, per intenderci, sanno tutto, anche ciò che non sai di te stesso, ma dicono poco. La regia che non guida lo spettatore, non chiarisce e non scioglie il dubbio ma, anzi, l’aumenta diventando complice di una mente pericolosa.
Forse è proprio la regia la vera mente pericolosa del titolo; è uno sguardo dissociato che guarda sempre altrove, che si allontana dal centro dell’azione in tempo perché lo spettatore non distingua ciò che accade.
Bellissima la scena della piscina che anticipa il finale; un paio di battute, la macchina da presa si allontana giusto in tempo per mostrare una chiazza di sangue che si allarga nell’acqua, non ci sono armi in giro.
Lo spettatore non fa a tempo a capire cosa sia successo, la mente pericolosa e lo sguardo complice della regia hanno finito di raccontare e far vedere ciò che potevano raccontare e mostrare; la scena si chiude e forse c’è un altro cadavere.
La storia confonde; l’ultimo omicidio, una morte tramite veleno contenuto in una bevanda servita in un vassoio con due bicchieri, uno dei due contrassegnato opportunamente perché si riconosca. Contate le volte che i killer, di nascosto, ruotano il vassoio e, poi, verificate chi è stato avvelenato. Manca un giro o la mente pericolosa riesce ad avere uno scatto di astuzia?
I racconti della mente pericolosa potrebbero, allora, essere solo dei pannelli scorrevoli come quelli utilizzati in televisione, confessi di essere stato in una Berlino bianca ad ammazzare spie. Il pannello scorre e rivela che sei in uno studio televisivo mentre si registra l’ennesima puntata di uno show paccottiglia.
Durante lo show la mente pericolosa teme di essere uccisa da chi non ha mai visto. Vuole che lo faccia in diretta televisiva perché il delirio possa diventare concreto e reale. Lo prega di farlo perché nei thriller ci deve essere un assassino che sia evidente almeno al pubblico televisivo.
Clooney dirige ottimamente, certo ha preso in prestito qualche idea in giro; quella di marcare con colori virati ogni ambientazione proviene direttamente da Traffic, ma è talmente evidente che è quasi una citazione. Le soluzioni visive sono ricercatissime, la recitazione è perfetta.
Rockwell nevrotico frustrato. E’ un killer, o un folle, per inedia e non per scelta. La Roberts delinea un personaggio sfuggente, senza scrupoli ancora più enigmatico del contesto. Clooney è un agente CIA che appare, scompare e forse muore.
Senz’altro è uno che sa tante cose, anche come sopravvivere ad una mente pericolosa.
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