Chicago, anni ’20. Al Capone cede lo spazio sui giornali ai delitti di assassine “fatali” perché, nella Chicago degli anni ‘20, l’omicidio è una “forma di intrattenimento” che ha le stesse regole dello show business con le sue vittime predestinate e i suoi colpevoli che una giuria può facilmente assolvere grazie ad avvocati dai motti arguti e un po’ figli di …
“Chicago” è un bel film che si lascia vedere, e cantare, con piacere ma, senz’altro, delude le attese di un film che ha vinto ben sei Oscar. Il limite è quello di essere poco incisivo perché l’evidente intento satirico è stemperato, quasi diluito, al punto di diventare una garbata ed ossequiosa caricatura, ma nulla di più.
E’ un peccato perché ci sono delle intuizioni felicissime come, ad esempio, il Rag della conferenza stampa o la davvero memorabile “Mister Cellophane”; è l’insieme che, alla fine, risulta calligrafico e di, ottimo, stile.
E’ un peccato perché i temi affrontati nella storia meritavano senz’altro un altro taglio. Senz’altro leggero ma non così.
Anche l’idea, decisamente alla Bob Fosse, di lasciare alle coreografie e alle canzoni il ruolo di “contrappunto”, non solo musicale, alle vicende si perde e diventa una graziosa routine che lascia lo spettatore con il desiderio di vedere e ascoltare di più.
Carine le citazioni da musical sparse qui e là.
Discreta, ma non di più, la Zeta-Jones.
Interessante scoprire che Richard Gere sa anche ballare il tip-tap… certo che se l’avesse diretto Bob Fosse non sarebbe stata una occasione mancata.
Questo giudizio sconta, forse, il fatto che secondo chi scrive “All that jazz” è uno dei più grandi musical della storia del cinema
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