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Category Archives: Recensioni

Cloverfield

03-Feb-08

CLOVERFIELDCloverfield” è un bluff.
Finiti gli spot, messi nel cassetto i gagdet da marketing “virale” e gli ammiccamenti via Internet , “Cloverfield” rimane un prodotto costruito sulle stesse, identiche, idee di “The Blair Witch Project“, con la differenza di essere girato con molti più soldi ma con molta meno genuinità. E non solo perchè sono cambiati i tempi e perchè la storia di una strega bucolica è più semplice di un mostro da chissadove…

La sovrapponibilità tra i due film è tale che entrambi si concludono con una stessa immagine: una cinepresa e una telecamera ancora in funzione, per così dire, a futura memoria.

Ti accorgi, senz’altro, dei soldi spesi quando appare il mostro; ma alla fine fai i conti con l’assenza di genuinità. “Cloverfield” è, infatti, un film talmente studiato e costruito, prima a tavolino, che diverte poco perchè manca di quel pizzico di scioltezza, di naturalezza della narrazione.

Hanno talmente studiato come pubblicizzarlo che si sono dimenticati una cosa semplice quale, ad esempio, creare una sceneggiatura con dialoghi un po’ meno orientati sull’ “Oh Dio! E’ terribile”, “Ma cosa è?”, “Aiuto”..

Ci sarebbero anche un paio di considerazioni sulla storia, ma detesto spolierare. Magari nei commenti..

Cloverfield“, almeno secondo me, è quel bel giocattolo rumoroso che hai visto in nelle pubblicità in televisione e che, quando lo hai tra le mani, si rivela diverso da quello che ti pensavi fosse.
Ci giochicchi un po’ e poi lo metti nella cesta dei giocattoli, per sempre.

Si parla di un sequel.
Ricomincia l’hype?
E’ utile ricordare la sorte commerciale dei due sequel di “The Blair Witcht Project“?

Into the wild

29-Jan-08

Una delle rare occasioni in cui ho seriamente pensato: “Adesso me ne vado”.

Roberto e Luigi mi hanno confortato via SMS.

Al trentaduesimo rallenty ho avuto una visione di Carlo Sassi.

Alla novantacinquesima carrellata sul paesaggio ho cercato il telecomando per passare a Fox crime. Poi ho capito che ero a cinema e non a casa e che, quindi, non stavo vedendo National Geographics ma un film.

Devo assolutamente rivedere qualche film di Herzog. Forse non solo io.

Parlando di Herzog. Questa volta ho tifato, invano, per un urside che nemmeno ai tempi del film di Annaud.

Se avessi potuto avrei strozzato la sorella della voce fuori campo. Per le voce e per le parole.

Avrei strozzato la voce fuori campo anche solo per il fatto che ti invita a sospirare a comando.

E poi un film con la voce fuori campo lo possono fare solo Billy Wilder, Ridley Scott e Agatha Christie.

E comunque avrei strozzato anche gli hyppies.

Il nonno no. Che magari cadeva mentre scalava la collina.

All’ennesimo dialogo scontato ho pensato che questo film lo scrivevo anche io.

La colonna sonora e la fotografia sono belle.

Leggere Jack London su uno spuntone di roccia è figo. Solo per la roccia.

Un ragazzo americano di 23 anni che legge “Dottor Zivago” in un vecchio bus nel mezzo della selvaggia Alaska?

Se lo incontra Pasternak lo picchia a sangue. Ne sono sicuro.

Pasternak si fa aiutare da Jack London e da Zanna Bianca.

Lo so, adesso avete letto tutti “Dottor Zivago”. Magari non in Alaska. Io non ho visto nemmeno il film.

Non c’è sesso.

Secondo me i danesi si incazzano.

Per principio Orson Welles è l’unico che può permettersi di debuttare con un capolavoro.

E comunque, me sbadato, questo film non è il debutto alla regia di Sean Penn. Quindi la frase di prima era solo scenica.

A Gokachu piacque.

Io non capisco niente di cinema.

Alexander Supertramp è un nome del ****** ! Io avrei scelto Billy Who o Mike Jesusandmarychain.

Buonanotte.

Linciatemi, ve lo meritate.

Pronto? Sono Pierpaolo….

Across the universe

23-Jan-08

Julie Taymor, del Massachusetts, aveva già dimostrato con il precedente “Titus” di sapere come appropriarsi di materiali altrui e riproporli in chiave personale. “Titus“, infatti, era una lettura shakesperiana in cui, al dominio e al rispetto assoluto del testo, si contrapponeva una messa in scena confusa in un ibrido tra antico e moderno.
In quell’ibrido, in quelle scelte, c’era tutto il gioco autoriale che può essere considerato tanto una provocazione intelligente quanto l’effetto della stupida arroganza di chi, in fondo, deve tacere, avendo ceduto al bardo di Stratford il diritto di parlare.

Io sono tra quelli della prima categoria.

Across the Universe” segue la stessa linea.
Taymor si appropria delle canzoni dei Beatles, un assoluto ormai collettivamente condiviso quanto Shakespeare, le fa riarrangiare da T- Bone Burnett di St. Louis (circostanza che tutti in giro hanno ignorato di riferire e che non è affatto trascurabile) e le versa in una storia, un racconto del tempo e dello “spirito dei beatles” secondo lei.
In fondo Julie Taymor fa ciò che farebbe qualsiasi altro ascoltatore, colloca la musica nella propria storia di una vita e l’associa a visioni personali.

Across the universe” gioca con pezzi semplici creando una alchimia artigianale di percorsi non lineari ed esiti, almeno per quanto mi riguarda, emotivamente raffinati.
E’ un film, infatti, che sfiora il capolavoro.

Talento visionario, personale elaborazione visiva dei Beatles, arrangiamenti meravigliosi (”I wanna hold your hand”, tra le tante, è bellissima), coreografie perfette ed esecuzioni (anche questo, mannaggia, nessuno lo sottolinea) in presa diretta.
Forse si potrà contestare la storia fatta tutta di amore e pace, una storia in cui la morte è raccontata a distanza, la guerra è brutta, l’amore è più bello e la rivoluzione è meglio “count me out”.
Una storia, insomma, che è come una scatola di “Savoy Truffle”.

Andrebbe anche detto, però, che i Beatles non si sono mai prestati a giochi intellettuali e a letture politiche neanche quando cantavano, appunto, “Revolution”.
Perchè accusare di disincanto chi dirige un film con le loro musiche?
La leggerezza è sempre stata arte loro e lo era, come dire, “Here, there and everywhere”.
Un tributo anche personale ai Beatles deve avere la stessa leggerezza altrimenti è una mistificazione. Un film tributo a Dylan, per capirci, può e deve, invece, essere complesso perchè è l’oggetto ad essere denso.

“Across the Universe” è guarnito da citazioni che lo rendono un divertente gioco a nascondino che stuzzica lo spettatore beatlesiano anche se il gioco più bello è quello, quasi esoterico, di ricercata complicità beatlesiana che va molto al di là dei nomi dei personaggi (Max, Julie, Prudence Dr. Roberts, Jude… il tricheco sembra essere Bono) dei luoghi, delle cose.

Anche oltre i magnifici titoli di coda.
All we need is love.

Io sono leggenda

10-Jan-08

Terzo adattamento cinematografico del romanzo di Richard Matheson. Per questioni generazionali, e lo scrivo subito, io sono affezionato al film degli anni ‘70 “The Omega man“, quello con Charlton Heston che, nella versione italiana si intitola “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra”; un film che è, nel tempo, assunto a rango di classico. Tanto classico che il moderno adattamento, tra l’altro, lo cita espressamente nella sequenza iniziale del film (la macchina che guida Will Smith è rossa come quella d Heston).

Forse proprio per il confronto con un classico, questo “Io sono leggenda” mi è sembrato un adattamento particolarmente incolore.

Di buono c’è la pronunciata metafora, forse a buon mercato, del post 11 settembre, mischiata con un’altrettanto a buon mercato riflessione sulla scienza, il dovere del sacrificio e tutto il resto. C’e’ anche un discreto Will Smith che si muove in una scenografia spettrale.
Di cattivo, e insopportabile, c’è la computer grafica (i vampiri del film del 1971 erano molto più cool, come lo erano i simil- zombi del film con Price), la ricerca dell’effetto “adesso ti faccio saltare sulla poltrona con tutti i pop corn” e il finale terribilmente semplificato.
Il romanzo, visti i precedenti adattamenti cinematografici, permetteva molte più sfumature.
Io fossi in voi lo recupererei in DVD e, per questa settimana mi dedicherei ad altro.

Mi piace segnalare, infine questo bel post di malpertuis perchè si sofferma molto sul libro.

Funeral Party

04-Jan-08

Chiarezza, innanzitutto.
Fare battute grevi e dire parolacce ad un funerale non è “black british humor”.
Lo scrivo giusto per rispondere, almeno idealmente, tutti quelli che hanno considerato “Funeral Party“, il film diretto da Frank Oz ora disponibile a noleggio in DVD, un capolavoro di comicità brithish.
Il film fa ridere, ha i suoi momenti più o meno riusciti, ma è pur sempre umorismo di grana grossa, di stampo molto americano, che tenta di snodarsi su gag per lo più prevedibili, a volte di una metallica automaticità che quasi si sente il rumore degli ingranaggi.
Non è necessario alcuno sforzo per immaginare gli inneschi comici suggeriti di una boccetta di valium contenente pillole che valium non sono o, ancora, a cosa possa servire un vecchietto su sedia a rotelle ad un funerale. Per non parlare, poi, del piccoletto (un simpaticissimo Peter Dinklage).
Il catalogo potrebbe continuare, ma vi sottrarrei il piacere delle scarse sorprese qualora vi interessi vedere il film.
Frank Oz dirige in modo invisibile ma non riesce donare particolare fluidità al film che procede per scene in successione automatica. Non c’è crescendo nè imprevedibilità e l’unica cosa certamente inglese è metà dell’ottimo cast, la villa, il prato e le macchine con il volante dal lato sbagliato.

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