Skip to content

Category Archives: 31 film della vita

31 film della vita. La vita in 31 film

31 Film - #6 - La fuga di Logan

31-May-05

Il “piccolo” film di fantascienza a cui mi riferivo nell’ultimo post è “La fuga di Logan”. Un altro di quei film di culto personale, non a caso inserito tra i 31 film della vita.
Uscì nel 1976 e fu di lì a poco oscurato da quello che ora è l’episodio IV di “Guerre Stellari” e da “Incontri ravvicinati”.
Un film sfortunato.
Fare un film di fantascienza in quegli anni deve essere stato un po’ come essere un compositore al tempo di Mozart. Solo che, in questo caso, i Mozart erano due. Pur essendo un film per nulla paragonabile all’impatto scenico della saga di Lucas, “La fuga di Logan” riuscì a vincere l’Oscar per i migliori effetti visivi. Era una fantascienza fatta di plastica, fumogeni, costumi fantasiosi e set traballanti. Un tipo di fantascienza, per intenderci, molto fedele al principio che se proprio non puoi stordire e affascinare con la tecnica, i soldi ed il marketing, allora, è bene farlo almeno con le idee.

E nel film, e nel romanzo da cui è tratto, le idee sono tante; in buona parte provenienti da quella fantascienza che aveva, soprattutto all’epoca, molto cari i tempi post apocalisse.
Le varianti sono numerose: nel film ritroviamo l’idea del controllo sociale, anzi demografico, affidato alla freddezza siliciata del computer, l’esplodere del libero arbitrio, la fanta modernità dipinta come epoca un po’ fatua, con rigide gerarchie sociali e politiche che concede poco spazio alle riflessioni e alla vera umanità (emblematica la scena e i dialoghi di apertura o la scena nel salone di bellezza).
Forse semplice moralismo, forse era una fantascienza facile, oramai ingenua, probabilmente un film perfettibile.
Però…
Però è significativo che tale film mi sia venuto in mente proprio in questi giorni, mentre il cerchio della saga di Lucas si chiude. E’ altrettanto significativo che tra tanti robot votati al cabaret che popolano la saga di Lucas abbia sentito la mancanza di un robot, veramente cattivo come il lattone Box che congela chi fugge.
Il fatto, infine, che sia andato alla ricerca di informazioni sul film vuol dire che “La fuga di Logan”, per brutto che sia, almeno sotto il piano emotivo qualcosa mi ha lasciato.
E non solo a me, visto che un remake, e non un sequel, pare essere preproduzione.
E poi.. credetemi non è affatto un brutto film.
Le idee, e le storie, al cinema contano più delle saghe. Anzi, sarebbe meglio venissero prima.
Nel frattempo, c’è chi ha un blog che si chiama Logan time e chi, forse, questo film lo ricorda ancora.
Qualora questo post vi abbia fatto venire voglia di vederlo o, magari, rivederlo, devo darvi una pessima notizia: il film non è distribuito in DVD nel mercato europeo ma solo in Regione 1. Se proprio non potete aspettare…

31 film - #5 - La banda degli onesti

10-Oct-04

31 film della vita e solo uno con Totò?
Una crudeltà del genere si può giustificare solo se si accettano i fini della lista, ammettendone i limiti, facendoci anche dell’ironia.
Un solo film con Totò, citando Giacomo Furia, il Cardone “Pinturichio prima maniera” della banda degli onesti, è un “reato a responsabilità limitata” … e a me che mi fanno?
E’ una scelta difficile perché Totò, più che un “semplice” attore comico, più di qualcosa che vive dentro lo schermo (televisivo o cinematografico che sia), è qualcosa che mi ha accompagnato per tutta la vita.
Per questo è difficile scegliere un solo film di Totò; lui, il Principe, è una sorta di contrappunto ironico della vita, è lo sberleffo strisciante che si manifesta, al momento opportuno, con la solennità di una benedizione tanto irrevocabile quanto definitiva e fragorosa (ma mi faccia il piacere! Mi faccia), come in “Totò a colori” nella famosa scena della “imitiassion de Picassò”.
Il contrappunto ironico è come la famosa serva, nel senso che “serve” a non prendere mai troppo sul serio tanto la vita, quanto gli uomini o i caporali. Di tutti e tre si deve sempre saper ridere, magari utilizzando una delle battute di Totò; proprio una di quelle che, per una strana osmosi, sono entrate “nel linguaggio comune” trasformandosi nei modi di dire tanto noti ed efficaci che se ne fanno dei libri, quasi dei breviari. Quelli di Cuneo, gli ostetrici e, soprattutto, chi ha sempre “carta bianca”, tanto per dirne alcuni, sanno bene a cosa mi riferisco.
Se proprio devo scegliere un titolo, allora, è “La banda degli onesti” perché soddisfa una serie di requisiti. E’, innanzitutto, un film in cui Totò ha delle ottime spalle, talmente brave che gli reggono il confronto. Non a caso una delle battute più celebri del film la pronuncia Peppino (”Quando c’era lui i treni arrivavano in orario). L’altra spalla è Giacomo Furia, nel ruolo dell’imbianchino Cardone personaggio la cui tenera mitezza viene spesso ridicolizzata da Totò (”Cardo’ l’intimo non vi rode!”).

Un altro motivo per cui questo film merita di essere inserito nella lista è che, pur avendolo visto almeno una ventina di volte e conoscendo quasi a memoria tutte le battute, riesco ancora a riderne. Scopro sempre una nuova sfumatura della mimica di Totò o nel viso dell’ apparentemente imperturbabile Peppino.

Sulla mimica di Totò sarebbe necessario scrivere di più; era un attore completo, capace di recitare più di un ruolo nello stesso film, riuscendo a caratterizzare magnificamente cinque grotteschi personaggi; cosa che almeno all’epoca fu snobbata dalla critica. La stessa critica si rese a stento conto che Totò, se diretto bene, era capace di ammantare la sua comicità con un velo di amarezza, di melanconia poetica (”Cosa sono le nuvole” o “Risate di gioia”), e che nulla aveva da invidiare a Chaplin (sì, a Chaplin) come avvenne quando fu diretto da Pasolini.
E poi dici che uno si butta a fare il cinefilo!
Tornando a “La banda degli onesti” aggiungo che del film ricordo sempre con piacere la colonna sonora e la sceneggiatura di Age e Scarpelli. Il film, infine, è degli anni 50 e offre uno spaccato sul tessuto sociale dell’Italia del dopoguerra, senz’altro è uno sguardo dato per divertire ma la cosa strana è che, scherzando scherzando, si scopre che molte cose non sono tanto cambiate.
Il ragioniere Casoria è ancora in giro!

31 film - # 4 - L’abominevole dottor Phibes

13-Apr-04

Per questo quarto film dei miei 31 della vita è necessario contravvenire ad una regola che mi  sono imposto di rispettare da quando ho iniziato a scrivere di cinema: evitare di raccontare la trama dei film.
In questo caso, però,  è necessario almeno accennarvi perché, senza  raccontare la trama, si perderebbe qualcosa. Saltate, se lo credete,   il prossimo paragrafo.

La storia, dunque, molto in breve:  Anton Phibes, celebre organista,  perde la sua adorata moglie a causa di un intervento chirurgico seguito ad un grave incidente d’auto. Distrutto dal dolore, e sfigurato da un altro incidente automobilistico,  Phibes mette in moto una crudele vendetta: uccidere tutti i medici che parteciparono all’intervento della moglie ritenuti, a torto, responsabili della sua morte. Per realizzare la sua vendetta  Phibes decide  di ispirarsi alle dieci piaghe dell’Egitto di biblica memoria. 

Ciò che mi colpì la prima volta che vidi, almeno venticinque anni fa, questo film, furono proprio gli ingegnosi metodi, fantasiosi quanto efferati,  con cui Phibes  realizza la sua vendetta. Alcune di quelle indimenticabili  "esecuzioni" mi sono rimaste impresse a lungo. Cito quasi a memoria:  la  fulminante rapidità della "peste degli animali",  la  sublime morte  tramite le cavallette, la divertente  idea sottesa all’esecuzione tramite le rane e, per finire, la grandine nel cuore di un parco pubblico Londinese.
Altre cose memorabili del film sono le scenografie dell’abitazione di Phibes,  caratterizzate da  cromatismi esasperati, che si rifanno  ad  un assurdo  e grottesco stile art-deco;  il set di abiti in puro stile anni ‘20 indossato da Vulnavia, l’assistente di Phibes,  che accompagna a suon di violino alcuni omicidi, e  l’orchestrina jazz di automi meccanici che  fornisce parte  della colonna sonora del film.

Pur essendo un horror  il film è  intriso di una giusta dose di macabro umorismo che   rende le efferatezze  di Phibes ancora più deliziose. La scena in cui  la polizia stacca il corpo della vittima della "peste degli animali" da un massiccio pannello di legno  rimane, ad esempio,  una delle  cose  più divertenti che io abbia mai visto in un horror.
Il film, storia e scenografie a parte, poggia solo ed esclusivamente  su Vincent Price, attore indimenticabile, alle prese con un personaggio muto, al quale riesce a conferire, solo con la una straordinaria mimica e la sua inimitabile voce,  una dimensione sospesa tra la crudele razionalità ed il desiderio, quasi ossessivo di vendetta animata soprattutto dall’amore che nutriva per la moglie. 
La recitazione di Price sovrasta quella dell’altro protagonista del film:  Joseph Cotten e permette di chiudere un occhio  su  una regia  che non è esattamente impeccabile.
Fu proprio grazie a questo film che conobbi, ed  imparai ad apprezzare, un straordinario attore che, pur avendo un volto "buono",  ha recitato in tanti horror di Roger Corman, che è stato il famoso dottor K e che Tim Burton volle nel ruolo del creatore di "Edward Mani di forbice".
E pensare che un attore così rischia di essere ricrordato  per essere "solo" la sinistra voce che si sente in "Thriller" di  Jackson.
Per gli amanti delle curiosità Vincent Price è stato anche un affermato cuoco, mi domando  cosa davvero pensasse dell’amontilado.

31 film - # 3 - Una storia vera

31-Jan-04

David Lynch è uno dei più grandi visionari del cinema, capace di creare rappresentazioni deviate, sporche, disturbate.
Lynch non mostra incubi, è evidente; anche a cinema gli incubi sono sempre avvolti dai colori e dal torpore tipico dei sogni, sai sempre di assistere a qualcosa che non è reale, sei certo che, prima o poi, qualcuno si sveglia e l’incubo svanisce.
Lynch, invece, racconta cose vere, reali ma perversamente anomale, moleste ma affascinanti al punto da attirarti.
La sua è una narrazione che mi ha sempre creato un senso di fastidio, uno strano e indecifrabile malessere che è davvero difficile spiegare a parole.
Che Lynch sia un vero genio della narrazione per immagini lo dimostra il fatto che, proprio lui, abbia demolito e ricostruito il più classico e tradizionalmente rigido degli strumenti narrativi: il telefilm.
“Twin Peaks”, infatti, altro non era che una Peyton Place in cui la normalità era bandita, non per scelta, ma perché è la normalità stessa che non esiste, è solo una flebile sottotraccia delle storie, quasi il pretesto, il canovaccio che si deve abbandonare alla prima battuta perché non serve.
La realtà è una perversa, ma affascinante, deviazione.
Nei suoi film ci sono sempre delle immagini nitidissime che ricordo molto bene; sono tutte raccolte in un ideale album fotografico di fastidiosi momenti cult.
La cena di “Eraserhead“. In “Velluto Blu“, che ho visto quattro volte, memorabile il cadavere in piedi del poliziotto vestito di giallo che muove il braccio appena la ricetrasmittente emette un suono.
Per continuare, la mano mozzata che il cagnolino si porta via o la Rossellini che si tocca il cranio fracassato in “Cuore Selvaggio” guardando lo spettatore con uno sguardo, ed una espressione, orribile. Ancora in “Velluto Blu” il nudo pallido, desolato, quasi asessuato, di Isabella Rossellini.
Non solo immagini, anche i dialoghi, le battute sono deliberatamente eccessive, costruite per sembrare anomale, fuori contesto e fuori misura; il “Fallo per Van Gogh!” di Dennis Hopper, i singulti grotteschi di Laura Dern, la meravigliosa “Love me tender” cantata da Cage sanguinante alla fine di Cuore selvaggio.
Malgrado tutto questo quando ho stilato la mia lista dei 31 film della vita non ho avuto esitazioni, nessun ripensamento o cancellazione: “Una storia vera” è uno dei film della mia vita.
Gli altri sono forse dei capolavori ma occupano un posto un po’ più basso di questa classifica ideale e personale.
Dopo le deviazioni, dopo aver sporcato di sangue anche le scarpette rosse di Dorothy, Lynch mi incanta con una storia semplice, lineare ed intima che si snoda lungo paesaggi fatti di colori caldi, tra cieli stellati, manto stradale e falò nella notte.
Una indagine sui rapporti umani, sulla saggezza dell’età che ti porta a compiere imprese folli come un viaggio con il più improbabile dei mezzi: una motofalciatrice.
Il viaggio è un pretesto per rappresentare una galleria di personaggi memorabili, alcuni nevrotici, altri sottilmente deviati, qualcuno mosso da un desiderio di fuga, altri ancora semplicemente pacati dalla serena accettazione di ciò che si è.
Tra questi si muove un uomo vecchio che conosce poco il mondo e non sa di aver colto la vita.
Quella di Lynch è una narrazione condotta senza cadere in una facile retorica, senza cedere al moralismo, senza tentare nemmeno per un attimo di stuzzicare le corde più basse dello spettatore, al punto da apparire quasi distante rispetto alla storia.
Una storia vera è un grande film, uno di quelli che esci dal cinema, o spegni il DVD, e ti domandi come sia possibile narrare una vicenda che appare semplice ma che dimostra avere una profondità quasi commovente.

31 film - #2 - …Altrimenti ci arrabbiamo

29-Jan-04

Quiz a premi senza alcun premio, così per giocare. Una cosa del genere in inglese suona molto meglio: “no prize competition così come Bud Spencer e Terence Hill suonano molto meglio di Carlo Pedersoli e Mario Girotti.
Torniamo al premio.
La domanda “no prize” è: di che colore deve essere la cappottina della dune buggy?
Per spiegare perché “…Altrimenti ci arrabbiamo” è uno dei 31 film della mia vita credo che sia sufficiente questo: io avevo anche l’autografo di Carlo Pedersoli. La ebbi tramite “Topolino”, io mandai il francobollo e, dopo quella che a me sembrò una eternità, mi arrivò la foto con dedica, affettuosa e personale; è l’unico autografo che abbia mai avuto in vita mia.
Ovviamente quella foto è sparita, trascinata chissà dove dai tanti “cambi di stagione” e che si susseguono nella vita.
Non avevo, invece, il 45 giri della colonna sonora, un vero tormentone musicale; la canzone l’ho recuperata in una compilation su CD, così ho scoperto che era degli Oliver Onions, quelli di “Giallo è il sole la forza mi dà” e altri tormentoni musicali dell’era pre-Goldrake.
Parliamo del film, di quello che ricordo perché credo di non averlo mai rivisto. C’era un divertentissimo Donald Pleseance che si esprimeva in un incazzoso italo-tedesco, ricordo il killer strabico con fucile di precisione nel classica fodera di un violino: si chiamava Paganini. Indimenticabile la scazzottata in mezzo ai palloncini, la sfida birra e salsicce, i mocassini rumorosi e una violenta forchettata sul dorso di una mano e, infine, la scena del coro. Perché questo film mi colpì così tanto, al punto da scriverne almeno 30 anni dopo averlo visto? Forse perché era un film semplice.
Con ruoli e schemi chiari: i buoni e cattivi. All’interno degli schemi tutte le possibili sfumature dell’umanità fino ad allora conosciuta: il buono bello e arguto e il buono burbero, il cattivo inutilmente furbo e quello totalmente idiota. Forse mi lega a questo film la facile identificazione con i personaggi, necessaria, data l’età, perché un film mi piacesse.
Forse ero semplicemente convinto che io, se mi avessero fatto arrabbiare davvero, avrei risolto tutto con un paio di cazzotti come Bud Spencer: da fermo, senza rincorse, quasi pigro, infastidito ma mai cattivo come dice Leonardo in questo magnifico post.
Ho continuato a vedere i loro film fino a quando mi sono piaciuti, ricordo addirittura una lacrima sui titoli di coda di Piedone ad Hong Kong.
Non vedo l’ora di rivedere il settantaquattrenne Carlo Pedersoli nel prossimo film di Ermanno Olmi.

Post Ps. Nel senso che lo scrivo il giorno dopo il post. Achille ha vinto il no prize in palio, come documentato dai commenti. La cappottina “deve” essere gialla. Suppongo lo sapesse anche Cooper quindi, me magnanimo, gli aggiudico un ex equo.
Potrei mettere in palio un altro no prize, a me non costa nulla. Potrei chiedervi cosa mangiava in continuazione Pleasence.
Potrei, ho detto.
Questo è un blog non un Trivial per cinefili in vena di amarcord.
E non mi fate arrabbiare!

web counter