“Cantando dietro i paraventi” è un gran bel film.
Ha il ritmo di un film meditato, in cui nulla è lasciato al caso. Come dice marquant in questo post è un film dal sapore quasi artigianale, fatto di legno e candele, di stoffa colorata illuminata da bagliori improvvisi.
Ogni immagine, ogni passaggio, scandisce un racconto lento, intessuto da parentesi teatrali; siamo guidati, quasi affabulati, da una voce narrante che insieme a noi legge un vecchio libro.
Siamo allo stesso tempo spettatori e attori; un momento ci troviamo in un teatro, assistiamo a coreografie stilizzate, gesti rituali, riusciamo anche a vivere il dietro le quinte ma, mentre seguiamo la rappresentazione, in un attimo, magia della lettura, potenza del cinema, solchiamo i mari a bordo di un veliero.
Potenza della storia, efficacia della narrazione, maestosità di un cinema che recupera la sua prima funzione: quella di raccontare storie.
E’ film magistrale, non c’è una immagine fuori luogo, la recitazione è dimessa, quasi intima, mai fuori le righe, anche di fronte alla rappresentazione di una violenta vendetta contro un Potere tanto invincibile quanto inesorabile e corrotto.
Merito di una regia che sa cosa deve mostrare, quali volti fare apparire, sa che immagini scegliere per raccontare.
E’, indubbiamente, un film che ha una morale, un messaggio, una tesi facile da individuare che può essere non condivisibile, ma che ha il pregio di essere esposta con equilibrio, fascino e suggestione.
E’ cinema.
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