David Lynch è uno dei più grandi visionari del cinema, capace di creare rappresentazioni deviate, sporche, disturbate.
Lynch non mostra incubi, è evidente; anche a cinema gli incubi sono sempre avvolti dai colori e dal torpore tipico dei sogni, sai sempre di assistere a qualcosa che non è reale, sei certo che, prima o poi, qualcuno si sveglia e l’incubo svanisce.
Lynch, invece, racconta cose vere, reali ma perversamente anomale, moleste ma affascinanti al punto da attirarti.
La sua è una narrazione che mi ha sempre creato un senso di fastidio, uno strano e indecifrabile malessere che è davvero difficile spiegare a parole.
Che Lynch sia un vero genio della narrazione per immagini lo dimostra il fatto che, proprio lui, abbia demolito e ricostruito il più classico e tradizionalmente rigido degli strumenti narrativi: il telefilm.
“Twin Peaks”, infatti, altro non era che una Peyton Place in cui la normalità era bandita, non per scelta, ma perché è la normalità stessa che non esiste, è solo una flebile sottotraccia delle storie, quasi il pretesto, il canovaccio che si deve abbandonare alla prima battuta perché non serve.
La realtà è una perversa, ma affascinante, deviazione.
Nei suoi film ci sono sempre delle immagini nitidissime che ricordo molto bene; sono tutte raccolte in un ideale album fotografico di fastidiosi momenti cult.
La cena di “Eraserhead“. In “Velluto Blu“, che ho visto quattro volte, memorabile il cadavere in piedi del poliziotto vestito di giallo che muove il braccio appena la ricetrasmittente emette un suono.
Per continuare, la mano mozzata che il cagnolino si porta via o la Rossellini che si tocca il cranio fracassato in “Cuore Selvaggio” guardando lo spettatore con uno sguardo, ed una espressione, orribile. Ancora in “Velluto Blu” il nudo pallido, desolato, quasi asessuato, di Isabella Rossellini.
Non solo immagini, anche i dialoghi, le battute sono deliberatamente eccessive, costruite per sembrare anomale, fuori contesto e fuori misura; il “Fallo per Van Gogh!” di Dennis Hopper, i singulti grotteschi di Laura Dern, la meravigliosa “Love me tender” cantata da Cage sanguinante alla fine di Cuore selvaggio.
Malgrado tutto questo quando ho stilato la mia lista dei 31 film della vita non ho avuto esitazioni, nessun ripensamento o cancellazione: “Una storia vera” è uno dei film della mia vita.
Gli altri sono forse dei capolavori ma occupano un posto un po’ più basso di questa classifica ideale e personale.
Dopo le deviazioni, dopo aver sporcato di sangue anche le scarpette rosse di Dorothy, Lynch mi incanta con una storia semplice, lineare ed intima che si snoda lungo paesaggi fatti di colori caldi, tra cieli stellati, manto stradale e falò nella notte.
Una indagine sui rapporti umani, sulla saggezza dell’età che ti porta a compiere imprese folli come un viaggio con il più improbabile dei mezzi: una motofalciatrice.
Il viaggio è un pretesto per rappresentare una galleria di personaggi memorabili, alcuni nevrotici, altri sottilmente deviati, qualcuno mosso da un desiderio di fuga, altri ancora semplicemente pacati dalla serena accettazione di ciò che si è.
Tra questi si muove un uomo vecchio che conosce poco il mondo e non sa di aver colto la vita.
Quella di Lynch è una narrazione condotta senza cadere in una facile retorica, senza cedere al moralismo, senza tentare nemmeno per un attimo di stuzzicare le corde più basse dello spettatore, al punto da apparire quasi distante rispetto alla storia.
Una storia vera è un grande film, uno di quelli che esci dal cinema, o spegni il DVD, e ti domandi come sia possibile narrare una vicenda che appare semplice ma che dimostra avere una profondità quasi commovente.
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One Comment
E’ da un pò che ti leggo e con sorpresa scopro questa sezione. Figurati la mia meraviglia e contentezza a scoprire due film per me straordinari ma non ordinari nelle “solite” classifiche:
STRAIGHT STORY
ALTRIMENTI CI ARRABBIAMO
A modo loro grandi film! Grazie per le belle recensioni!
Yours
MAURO
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