C’è stato un periodo in cui i film dell’orrore me li facevo raccontare da chi li aveva visti o raccontava di averli visti. In questo modo ho ascoltato, “L’esorcista” prima di vederlo molti anni dopo a cinema, i primi di Dario Argento e tanti altri. Due circostanze mi costringevano a ricorrere a questa conversione da immagini in movimento a parole, pause e sguardi: l’età e la paura.
Fin quando non ho compiuto gli anni necessari per scavalcare con sorriso spavaldo la cassiera del cinema che mi ricordava che quel film “era rigorosamente vietato…” non potevo assistere a quei film.
Anche quando potevo entrare regolarmente al cinema preferivo, comunque, documentarmi prima, in modo da essere preparato.
Ovviamente a cinema sceglievo i posti vicino all’uscita perché, non si sa mai, qualcosa poteva essere sfuggito.
I film d’orrore mi piacciono, ma non li vedo mai con l’atteggiamento di chi la paura deve sconfiggerla, quasi esorcizzarla. Non ho mai assistito ad un film d’orrore ripetendo a me stesso “tanto sono solo musica ed effetti speciali. E’ tutto finto”.
Io, se guardo un film horror, voglio avere paura, devo essere spaventato magari al punto tale da non dormire la notte. Al momento in cui spengo la luce devo avere almeno un ripensamento, un brivido, giusto un attimo, il tempo di auto convincermi che “E’ solo un film… ora dormiamo”.
A dire la verità film che mi hanno spaventato a tal punto sono pochi, pochissimi. Il resto è stato solo musica ed effetti speciali.
Ci sono le eccezioni; l’ultimo brivido, ad esempio, l’ho provato con “The Blair Witch Project” i cui ultimi 10 minuti mi hanno schiacciato sulla sedia e mozzato il respiro. Altri brividi sparsi sono stati “Ballata Macabra“, “Suspence” il primo “Halloween“.
L’Oscar per il maggior numero delle notti in bianco va a questo film italiano, visto in televisione una sola volta.
Mi terrorizzò al punto tale che non ho mai avuto il coraggio di rivederlo, quindi, a buon diritto entra nella lista dei 31 film della vita.
L’ho visto durante la vacanza in montagna, con un vecchio Irradio bianco e nero con pochi pollici a disposizione.
Ero in compagnia dei cuginetti; eravamo a casa seduti su quelle sedie scomode che arredano le case di vacanza.
Nelle scene più paurose cercavamo di rifugiarci nelle, poche, stanze vicine: non avevamo alternativa perché, all’epoca, il telecomando non esisteva.
I genitori erano fuori, da qualche parte.
Quando tornarono ci videro pallidi, terrorizzati mentre scorrevano i titoli di coda.
Ognuno vantava di aver resistito alla paura più degli altri. Ovviamente mentivamo.
Ci aveva ingannato il fatto che nessuno ci aveva mai parlato di questo film, nessuno ce l’aveva raccontato, quindi non poteva essere veramente pauroso; Pupi Avati era noto, a noi ragazzini per alcuni sceneggiati che piacevano alle mamme.
Gianni Cavina, poi, faceva uno spettacolo la sera il cui tormentone era “forse che si’ forse che no”…
Nulla di pauroso, state tranquilli ragazzi…
Non ho dormito per una settimana e, ancora adesso, quando vedo certi quadri penso alla storia di Lignani, il pittore delle agonie.
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